Direttore Responsabile P. Paolo Fiasconaro
Buongiorno! Sabato 18 Gennaio Santa Prisca
Oltre
Quello che vi dico nelle tenebre
ditelo nella luce,
e quello che ascoltate all'orecchio
predicatelo sui tetti.

(Matteo 10,27)
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Una presenza per servire
PRESENTAZIONE DEL DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2009
“Immigrazione: conoscenza e solidarietà”
Palermo e Siracusa mercoledì 28 ottobre 2009


Mercoledì 28 ottobre, alle ore 10.00, a Palermo presso l’Aula dell’Accademia delle Scienze Mediche - Policlinico Universitario “P. Giaccone”, via Del Vespro n. 129 sarà presentata la 19ª edizione del Dossier Statistico Immigrazione, realizzato a cura di Caritas di Roma, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, con i contributi di numerose Caritas diocesane, Associazioni e Organizzazioni internazionali e nazionali ...continua>
:: SICILIA. Rapporto immigrazione 2009
:: IMMIGRAZIONE: CONOSCENZA E SOLIDARIETA’
ANNO SCOLASTICO 2009 - 2010
Il Vescovo delegato CESi per la Scuola, l’Università e l’Educazione cattolica, mons. Michele Pennisi, augura agli studenti di riscoprire, all’inizio di questo nuovo anno scolastico, “la bellezza della vita nel confronto con i coetanei e i docenti”. Nel messaggio anche l’invito rivolto alle istituzioni e alle forze politiche, perché venga salvaguardata l’educazione, bene comune e fondamentale per costruire una società migliore.


MESSAGGIO DI S.E. Mons. Michele PENNISI,
Scuola, l’Università e l’Educazione cattolica

UN’ESTATE FATTA E VISSUTA DA PERSONE LIBERE
La nostra terra è particolarmente vocata per il turismo: per le sue bellezze naturali, per il suo clima, per le vestigia di un storia antica che ha lasciato tracce profonde e significative.
La vacanza – parola oggi divenuta ambigua – che dice “stacco” dalle attività consuete e tempo di relax e riposo, può significare anche “stacco” dai valori che rendono la vita bella, piena e preziosa.

IL MESSAGGIO DI S.E. Mons. Francesco MICCICHE',
Delegato della CESi per il Tempo Libero, Turismo e Sport

MESSAGGIO DEL VESCOVO, MONS. MICHELE PENNISI,
Delegato della CESI per la pastorale della Scuola dell'Università
e dell'Educazione


Poche ore ormai e anche questo anno scolastico sarà concluso. Non lo sarà invece quella che viene ormai definita l’emergenza educativa. Su questa, sulla missione della Chiesa e la pastorale scolastica interviene mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, delegato della Conferenza episcopale siciliana per la pastorale della Scuola, dell'Università e dell'Educazione cattolica, nonché segretario dell’omonima Commissione CEI.

Emergenza Educativa e Missione della Chiesa
MESSAGGIO DEL VESCOVO, MONS. SALVATORE DI CRISTINA,
in occasione della
XLIII GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI


    Il messaggio del Santo Padre per la 43a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali “Nuove tecnologie, nuove relazioni - promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”, oltre che per l’impianto decisamente propositivo, visibile attraverso l’enunciato stesso del tema, si lascia godere anche per l’approccio singolarmente positivo con cui tutto l’argomento delle “nuove tecnologie” viene affrontato dal Papa. Si sarebbe infatti potuto abbastanza facilmente prevedere che un discorso sulle nuove tecnologie di comunicazione potesse anche comportare nuove preoccupazioni sugli usi e i comportamenti perlomeno impropri, se non proprio deviati e devianti, che quasi certamente ne deriveranno. Il Papa ha voluto invece che l’apertura sulle “nuove tecnologie” fosse fatta con l’occhio aperto sulla prospettiva delle forme e dei modi di “nuove relazioni”, più umanamente ricchi e arricchenti, che se ne potranno ricavare. «Le nuove tecnologie – scrive il Papa – hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri».
    Naturalmente “forme” e “modi”di intrecciare nuove relazioni saranno davvero umanamente ricchi e arricchenti solo se sarà osservato al meglio, al di là delle grammatiche specifiche delle nuove tecniche, lo stile dell’incontrarsi. A quest’ultimo proposito il Papa non manca di osservare, sempre al positivo, che gli «incontri, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso»; e che pertanto « il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza». Non manca però neppure di raccomandare che la nuova moltiplicata possibilità di incontrarsi nel cyberspace avvenga sempre senza detrimento dell’incontro fisico e quotidiano: «Sarebbe triste – osserva il Papa con realismo affinato dalla delicatezza del pastore – se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero».
    Per il credente cristiano, abituato a comprendere “comunicazione” e “dialogo” nei loro orizzonti più propri, teologali e missionari, si tratta sempre del desiderio di condividere un bene percepito come sommo e non più rinunciabile, e l’esperienza di esso come il caso decisivo per la propria vita e per quella di ogni uomo divenuto irresistibilmente prossimo.
    In un tempo come il nostro, che sempre più appare caratterizzato da una sorta di istintivo rifiuto di certezze e che inclina perciò a vivere “all’insegna del provvisorio e del fuggevole”, non pochi sono tentati di cercare nella rete e nelle nuove tecnologie solo occasioni per evadere dalla realtà e da precise responsabilità. In tale contesto vale ancora la duplice possibilità che in un documento della Santa Sede di quindici anni fa veniva prospettata per gli strumenti della comunicazione di massa, che essi cioè possano essere usati «per proclamare il Vangelo o per ridurlo al silenzio nel cuore degli uomini».
    Di fronte a tale duplice possibilità chi ha l’incommensurabile grazia di credere in Dio e di conservare la giusta fiducia negli uomini non può non sentirsi interpellato dalla prima di esse, quella che vuole che nella grande arena mediatica sia proclamato, anzi, più in linea con lo slogan programmatico della Chiesa in Italia per questo decennio che volge al termine, sia “comunicato il Vangelo in un mondo che cambia”.
    C’è qui una sfida seria, soprattutto per i genitori, le famiglie e per quanti sono responsabili dell’educazione delle nuove generazioni. Quanti poi hanno professionalità e attitudini riguardo al mondo dei media vi colgano la sfida motivata dalla loro fede, e dalla amicizia genuina verso tutti gli uomini che dalla fede deriva. Non esitino pertanto a farsi professionisti del dialogo nella sua vera caratura cristiana: quella, per intenderci, a cui la Prima Lettera Pietro ha impresso il marchio di autenticità valido per sempre:
        Non sgomentatevi… e non turbatevi, ma adorate il Signore Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto sempre con dolcezza e rispetto, con una coscienza retta…


+ Salvatore Di Cristina

Arcivescovo di Monreale, Delegato per Cultura e le Comunicazioni Sociali

Consulta Regionale Aggregazioni laicali



“Comunione, corresponsabilità e condivisione” sono le parole chiavi delle linee programmatiche che sono state presentate da Alfio Di Pietro, segretario generale della Consulta delle Aggregazioni Laicali, durante l’Assemblea del 14 marzo. L’Incontro, presieduto da mons. Salvatore Gristina, vescovo delegato CESi per il laicato, ha contato la presenza dei rappresentanti delle 34 Associazioni laicali e di 9 consulte diocesane.
Di seguito le linee programmatiche 2008-2012

“Caro fratello Salvatore, che dirti? Ogni Vescovo che prende dimora in una comunità è come un nuovo virgulto che spunta lungo l’asse portante della Chiesa universale, promessa e speranza di futuro …Ti chiedo di continuare a sentirti in famiglia nella Diocesi di Agrigento dando spazio anche alla dimensione della sponsalità con la preghiera e con le possibilità di aiuto nel flusso della continuità…” sono queste le parole rivolte dal vescovo Francesco a don Salvatore dopo l’annuncio della sua elezione a vescovo della Chiesa di Nicosia.
Sarà un giorno di festa! Festa di Chiesa, dell’unica Chiesa di Cristo che esprime la sua fecondità con il dono dello Spirito.
Festa per la Chiesa madre di don Salvatore che accompagna un suo figlio all’altare della consacrazione; festa per la Chiesa sorella, che si fa sposa.
Sarà festa ecclesiale che alimenterà ancora il circuito dell’alterità e della reciprocità, della gratuità e della sovrabbondanza, perché se un Vescovo è donato è anche vero che la nostra Chiesa locale è sollecitata a osare di più, ad essere ancora più intraprendente.

(Da sentieri di Comunione Organo di collegamento della Curia Arcivescovile di Agrigento Marzo 3/2009)


Parrocchia da ripensare: culto, missione, cultura
Per una parrocchia aperta al territorio, al servizio di una fede incarnata

Conosciamo mons. Antonio Staglianò, già direttore dell’Istituto Teologico Calabro, oggi Vescovo eletto di Noto. Lo facciamo attraverso la lettura di un suo documento “Parrocchia da ripensare: culto, missione, cultura”. “La direzione giusta - scrive mons. Staglianò - è indicata da diversi slogan che si stanno imponendo nel linguaggio ecclesiale. Ne richiamo solo due: 1. passare da una pastorale della conservazione a una pastorale dell’annuncio; 2. convertire pastoralmente le comunità, facendo interagire il cultuale con il culturale”.

Per una parrocchia aperta al territorio, al servizio di una fede incarnata
L’11 febbraio viene celebrata la XVII Giornata Mondiale del Malato. Di seguito viene riportato il messaggio di Mons. Franco Montenegro, Vescovo delegato CESi per la pastorale della Salute

“Educare alla salute, educare alla vita” è il tema che la Chiesa Italiana fa suo come ambito prioritario di riflessione, in occasione della XVII Giornata Mondiale del Malato, il prossimo 11 febbraio 2009. Il messaggio mette in relazione “salute” e “vita”, anzi dice come il concetto di “salute” è strettamente legato a quello della “vita”. Il tempo che ci è dato di vivere, con vari esempi di cronaca, ci inchiodano dinanzi ad un dato: il significato e il valore della vita si vanno sempre più indebolendo e smarrendo. Come comunità cristiana non possiamo non lasciarci interrogare, anche in questo ambito, dall’emergenza educativa richiamata in diversi pronunciamenti da Benedetto XVI.
La nostra società va smarrendo sempre di più il senso della vita, evita le domande esistenziali (il senso del vivere e del morire, della sofferenza) e mostra, anche, un disinteresse per la dignità dell’uomo (sia esso embrione, anziano o sofferente). “Educare alla salute”, come suggerisce il titolo del messaggio, diviene impegno urgente non solo per la famiglia, ma anche per la comunità cristiana, per far si che ad ogni uomo, soprattutto al malato o indifeso, venga riconosciuta la dignità di persona umana.
“Educare alla salute” pertanto per “educare alla vita” in una società dove essa è seriamente messa in discussione; basti pensare al vasto campo della bioetica, dell’aborto, della fecondazione artificiale, dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico. “Educare alla salute” per “educare alla vita”, perché non può sussistere uno stato di salute se manca la condizione indispensabile che è la vita.

La Chiesa è stata e sempre sarà per l’accoglienza e la difesa della vita anche in condizioni estreme e si è prodigata e continua a farlo assistendo chi è provato dalla sofferenza, accompagnandolo con amorevole tenerezza fino all’incontro con il Dio della Vita. Facciamo nostro, dunque, il vangelo della vita. Cogliere l’occasione di questa Giornata per risvegliare la nostra comune vocazione al servizio dei fratelli che soffrono è impegno di tutti coloro che operano nel mondo della salute, (siano essi medici, infermieri, operatori pastorali, volontari di varie ispirazioni, associazioni, movimenti, enti, comunità parrocchiali, presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, ministri istituiti, ministri straordinari della comunione).

Un ricordo particolare va ai fratelli e alle sorelle ammalati e a quanti a loro si dedicano giorno e notte. Coraggio! Tutto ha un senso, anche quello che ci pesa e che ci risulta incomprensibile o che genera in noi un senso di ripugnanza. A tutto dobbiamo dare senso, tutto dobbiamo valorizzare, perché Dio sa quello che ci chiede, sa dove vuole condurci; per Lui nulla è assurdo, nulla fuori posto. Fidiamoci! Si tratta di prendere ognuna delle tessere di questo grande mosaico che è la nostra esistenza e collocarla con attenzione, con amore al suo giusto posto; allora anche col dolore, riusciremo a costruire il capolavoro d’amore e di grazia che il Signore da sempre ha sognato per noi. Coraggio il Signore è con noi, la sua parola ci illumina, la sua grazia ci conforta, il suo amore ci accompagna, la sua Madre ci tiene per mano e ci fa sentire la carezza della sua tenerezza.
La Giornata Mondiale delle Migrazioni, che dal 2006 si celebra la seconda domenica dopo l’Epifania, per il 2009 verrà celebrata il 18 gennaio p.v.

Il tema proposto è: “San Paolo migrante, Apostolo delle genti”. Prende spunto dalla coincidenza dell’Anno giubilare indetto da Benedetto XVI in occasione del bimillenario della nascita di San Paolo: la predicazione e l’opera di mediazione fra le diverse culture e il Vangelo, operata da Paolo “migrante per vocazione”, sono un significativo punto di riferimento anche per chi si trova coinvolto nel movimento migratorio contemporaneo; non è difficile vedere riflessa nella sua figura e nella sua opera molte delle vicende che i migranti vivono e soffrono sulla loro pelle.
Il Santo Padre, nel suo Messaggio per la Giornata, auspica che “ogni comunità cristiana possa nutrire il medesimo fervore apostolico di san Paolo” e che “il suo esempio sia anche per noi di stimolo a farci solidali con questi nostri fratelli e sorelle e a promuovere, in ogni parte del mondo e con ogni mezzo, la pacifica convivenza fra etnie, culture e religioni diverse”.

L’Ufficio regionale per le Migrazioni della C.E.Si. ringrazia gli Uffici diocesani che hanno attivato le iniziative più idonee per celebrare l'evento e rendere visibile l'accoglienza e il protagonismo dei migranti nella Chiesa locale. Lo stesso Ufficio ricorda inoltre che per la suddetta Giornata è prevista la raccolta quale colletta obbligatoria da trasmettere alla Curia diocesana.


Cos’è il Natale nella nostra società? Interruzione della routine quotidiana, possibilità di godere del tempo libero, magari dedicato allo shopping e alla ricerca dei regali, sapore di caldo focolare domestico, di giochi in famiglia o tra amici, di vacanze bianche, di mete esotiche, di tradizioni, nenie, presepi, doni luccicanti sotto gli alberi di Natale?
Nell’immaginario collettivo il Natale è questo ed altro ancora, frutto di tradizioni che si sono andate via via stratificando secondo mode e abitudini che l’hanno spesso allontanato dal suo significato originario relegandolo a un evento di costume, a un fatto sociale dalle risonanze etnico-antropologiche.
Dietro il Natale, per tanti, purtroppo, non c’è l’evento straordinario ed unico della nascita del Divino Redentore a Betlemme di Giuda, città della Palestina all’epoca dominata dall’impero romano. Eppure la storia è stata segnata in maniera definitiva da questa nascita che vede protagonista la sacra Famiglia, Maria, Gesù e Giuseppe, la cui missione è segnata dall’azione potente dello Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità.
Il cristiano però, come tanti uomini di buona volontà capaci ancora di sentire il richiamo debole ma profondo di questa festa cristiana sente come un richiesta pressante a vivere in semplicità e gioia la verità di questo Dio veniente che “oggi e qui” lo interpella con la sua logica sconvolgente, la logica del Vangelo così diversa, così distante da quella puramente umana basata sulla forza, sul potere, sull’avere a tutti i costi
Viviamo questo Natale dentro un tempo di grande incertezza all’insegna di una congiuntura economica difficile creata da una bolla finanziaria che han scatenato il crollo delle borse nei mercati azionari con ricadute sull’economia mondiale dagli esiti a dire degli esperti catastrofici.
È difficile distrarsi dalla vita che urge con i suoi problemi esistenziali di tutti i giorni, problemi di lavoro, difficoltà a sbarcare il lunario e a portare con dignità il peso della quotidianità.
Come sarà il tempo libero di questo Natale 2008?
Ce lo chiediamo con un senso di apprensione non tanto perché siamo preoccupati dall’andamento del mercato natalizio che si annuncia deludente, ma in quanto la paura della recessione può incidere sulla gioia semplice che emana dal Natale, sulla pace del cuore che ogni uomo di buona volontà sperimenta quando con umiltà, come i pastori al richiamo degli angeli, sente il richiamo di quella grotta.
L’austerità di questo Natale, imposta dal momento di crisi economica globale, può diventare una risorsa, un’occasione propizia per ritornare a pensare e vivere il Natale nella sobrietà, ritrovando il gusto della semplicità, riscoprendo il valori veri sui quali poter costruire la nostra vita e il futuro della società.
La conoscenza quale limpida sorgente che disseta lo spirito e lo fa volare alto, ha bisogno non dei ritmi convulsi del vivere moderno, ma di soste, di quiete, di tempo libero, liberato dalle consuete occupazioni a tutto vantaggio della conoscenza di sé, del mondo, delle cose, di Dio.
Una sana lettura, un dialogo intessuto di comprensione, di rispetto dell’altro, di relazioni serene sono tutti modi belli per vivere un tempo libero non inutile, ma prezioso, da valorizzare.
Il piacere di vivere la bellezza dell’amicizia rinsaldando i vincoli affettivi con la gioia dello stare insieme, vivendo in armonia, paghi del poco che la Provvidenza ci dà è un modo intelligente per trascorrere il tempo libero che il Natale ci offre.
Lo stare in famiglia come risorsa di vita bella e significativa senza sentirci menomati perché impediti quest’anno di evadere verso mete lontane o nello shopping dispendioso è la risorsa di questo tempo libero natalizio su cui intelligentemente potremmo puntare, facendo della crisi economica una risorsa piuttosto che un problema devastante e carico di effetti negativi.
Il tempo libero è una risorsa importante per la persona, è un’occasione per lo spirito per ritornare alle origini, per non perdere la capacità di pensare, di saper valutare ciò che conta ed è per sempre e ciò che invece è passeggero e di scarsa o nulla importanza.
L’augurio di buon Natale in questa luce trova senso e significato e si traduce in uno scambio di doni immateriali ma preziosi.
A ciascuno di voi vorrei augurare il mio Buon Natale dicendo: ti auguro di guardare negli occhi tuo marito, tua moglie e di scorgere e accogliere i desideri, le aspirazioni, i propositi di vita del suo cuore; ti auguro di poter assaporare la gioia del tuo essere madre e padre “perdendo tempo” con i tuoi figli, giocando con loro, dando spazio al loro mondo di fantasia, di gioco, di fiabe, di sogni; ti auguro di vivere la magia del Natale partecipando alle liturgie natalizie con l’animo credente che si accosta con la semplicità del bambino al Mistero per sperimentare la grandezza dell’amore che emana dalla grotta di Betlemme.
Dimentichiamo lo stress e lasciamoci cullare dal canto degli angeli: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).
Viviamo in pienezza il nostro tempo libero, quindi, perché sia buon Natale.
Auguri a tutti di cuore


+ Francesco Micciché                                
Vescovo Delegato C.E.Si. per il turismo, tempo libero e sport
IL MESSAGGIO GIORNATA DELLE CLAUSTRALI
Il 21 novembre viene celebrata la Giornata delle Claustrali, che hanno consacrato la loro vita al Signore nella clausura e nella preghiera. Mons. Pio Vittorio Vigo, vescovo delegato C.E.Si. per la Vita Consacrata illustra, in un suo messaggio, il significato di un’offerta così radicale che “ci ricorda continuamente – come sottolinea il presule - il dovere e il bisogno di dirigere lo sguardo interiore e le azioni verso le realtà eterne e il dovere e il bisogno di sapere amare con cuore libero e attento a tutte le necessità degli altri”.

    Il 21 novembre viene celebrata la memoria della Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio. In quel giorno si ricordano anche le Claustrali che hanno consacrato la loro vita al Signore nella clausura e alla preghiera. Il particolare momento della vita della Vergine diventa così esemplare e fondante per una vita dedicata interamente a Dio.
    La celebrazione liturgica, in onore di Maria, risale al VI secolo in Oriente e al XIV secolo in Occidente. Essa mette in evidenza la donazione totale che qualificherà tutta la vita della Vergine. È possibile pensare Maria, già in tenera età, desiderosa di restare unita al Signore nel Tempio e al suo servizio. Amata da Dio con una elezione unica e singolare, perché chiamata a divenire la Madre del Verbo, avrà sentito il bisogno di esprimere la contentezza del suo amore all’Onnipotente nel luogo sacro per eccellenza. Così, si andava anche preparando a concepire nella fede e nel suo corpo il Figlio stesso di Dio. Per questo, la beata Vergine Maria resta modello di ogni anima che consacra interamente la propria vita alla preghiera, alla meditazione e allo studio dei misteri di Dio.
Il modo più semplice, ma più vero di rappresentare la Vergine l’ho trovato in una realizzazione in legno tutto scavato. Maria, infatti, è tutta accoglienza di Dio e degli uomini; e non può essere raffigurata diversamente. Anche le Claustrali vivono nel cuore della Chiesa, con l’animo rivolto totalmente al Signore, per accogliere la parola che salva e per celebrare le lodi alla Trinità. Attraverso il loro animo, poi, e nella preghiera, transitano tutte le tensioni, le aspirazioni, i problemi del mondo; e dalla loro offerta interiore e quotidiana, sale a Dio l’incessante richiesta di perdono e di grazie. Per questo, si suole dire che le claustrali sono “i parafulmini dell’umanità”.
    Consacrare la vita al Signore è possibile solo per il dono ricevuto, come il movimento di una palla che rimbalza in alto, in proporzione alla spinta ricevuta, all’altezza da dove è caduta, alla elasticità e docilità che la caratterizza. La vocazione viene dal cielo e riceve la spinta dal soffio dello Spirito: perciò è capace di porre la vita della creatura interamente orientata verso il Creatore e Padre.
    Nella vita delle consacrate vi è già l’anticipo della esperienza del Regno futuro. Esse diventano per noi, profezia e insegnamento. Non importa se sono persone incapaci di tante cose, come tante altre. Nell’economia divina questo è provvidenziale: così risplende più chiaramente la misericordia e la presenza del Signore che accompagna, sorregge, dà incremento. L’Apostolo Paolo andava ripetendo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (Cor 12, 9-10).
    Le claustrali, con il loro modo di vivere, ci ricordano continuamente il dovere e il bisogno di dirigere lo sguardo interiore e le azioni verso le realtà eterne e di sapere amare con cuore libero e attento a tutte le necessità degli altri. Per noi creature, infatti, è doveroso riconoscere la priorità di Dio e rispettarla con i pensieri, le parole, le azioni. Per noi figli dell’unico Padre, è doveroso rivolgere il nostro sguardo fraterno verso tutti e soprattutto verso chi ha bisogno.
    Per questo dobbiamo essere grati alle consacrate e dobbiamo aiutarle, con la nostra generosità e con la preghiera.

+ Pio Vittorio Vigo                        
Vescovo Delegato C.E.Si. per la Vita Consacrata
In occasione della prossima Giornata Missionaria Mondiale, che sarà celebrata il prossimo 19 ottobre, don Luigi Mazzocchio, direttore dell’Ufficio Regionale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, rinnova l’invito del Papa ad annunciare il Vangelo in questo nostro tempo. In modo particolare, di fronte alle urgenze di tanti fratelli immigrati non si può rimanere “sonnolenti”, bisogna, piuttosto, scomodando le nostre abitudini mentali e morali, operare per costruire ponti che uniscano razze, religioni e culture allo scopo di formare un solo popolo. [02]

Messaggio del direttore dell’Ufficio Regionale

    Il grido di Paolo fa eco alla sonnolenza con cui tanti cristiani vivono oggi la loro fede e alle lentezze che non fanno risplendere la Chiesa del Vaticano II come “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” … “costituito per una comunione di vita, di carità e di verità e assunto da Lui ad essere strumento di redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra, inviato a tutto il mondo.”
    “Tutta la creazione attende la rivelazione dei figli di Dio”, dice Paolo nella lettera ai Romani.
In questo nostro tempo e in questa nostra Sicilia i cristiani oggi sono chiamati a rivelarsi come figli di Dio in tante situazioni di povertà e ingiustizia.
    La Chiesa, corpo di Cristo incarnato nella storia, per vocazione è chiamata a costruire ponti che uniscono razze, culture e religioni allo scopo di formare un solo popolo che si senta a pieno titolo cittadino del mondo intero e goda della salvezza integrale donata da Cristo con la sua morte e resurrezione. L’immigrazione di tanti fratelli del Sud del mondo mette alla prova la nostra fede..
Dio bussa alle porte della nostra Sicilia, provata dalla triste esperienza dell’emigrazione e intrisa dei valori cristiani dell’accoglienza, per essere riconosciuto, accolto e amato in ogni fratello forestiero e farci dono della sua amicizia; per richiamarci ad aprire mente e cuore non ad una massa di disperati ma a persone umane, con un nome, una storia e un diritto sacrosanto a un futuro migliore; per “scomodare” le nostre abitudini mentali e morali e provocarci a rendere credibile la nostra umanità e la nostra fede.
La presenza del fratello immigrato è senza dubbio paragonabile all’apparizione del Risorto che mostra i segni delle sue ferite e attraverso di esse vuol essere riconosciuto. Ciò esige una “rivoluzione culturale” che è la conversione, una vita nuova che consente di vedere, ascoltare, giudicare, agire in modo nuovo.
    I nostri fratelli hanno un permesso di soggiorno speciale di cui non possiamo negare l’autenticità: quello rilasciatogli da Dio, creatore del Cielo e della terra. Da qui nasce per un credente l’obbligo dell’accoglienza.
    Accoglienza significa: rispettare le diversità, creare spazi di espressione personale, trovare vie percorribili di integrazione. Integrazione non significa assimilazione ma interazione di persone, basata su principi di uguaglianza e libertà e di servizio reciproco perché ciascuno possa vivere con dignità la propria esistenza.
    Accoglienza significa ascolto: il fratello immigrato non può essere un oggetto per la carità, un oggetto per il culto o ancora peggio un oggetto per il raggiungimento di fini personali. Egli va riconosciuto per la sua capacità di pensiero, di sentimenti, di volontà, di progetti e aspettative. E’ un soggetto di una storia di salvezza come ciascuno di noi vorrebbe sentirsi. Egli vorrebbe sentirsi rispettato e non sospettato per assumersi le sue responsabilità e contribuire a rendere migliore il mondo in cui viviamo. Vorrebbe poter coniugare lavoro e anima, avere luoghi di incontro, trovare una Chiesa in cui riconoscersi ed essere riconosciuto.
    Accoglienza significa servizio profetico, affinché l’esodo non abbia come tragico destino il mare ma una terra promessa, una terra in cui vivere e vivere con la dignità dell’essere figlio di Dio. Una Chiesa profetica è una Chiesa che alleggerisce l’istituzioni di tutte le formalità e tutte le ricchezze per farsi povera con i poveri. Non abbiamo bisogno di una Chiesa che aiuta i poveri ma di una Chiesa povera che ama stare con i poveri.
    E’ l’amore di Cristo che ci spinge a gridare: “Guai a me se non sono una Buona Notizia per chiunque, bianco o nero, credente o non, uomo o donna attende con ansia il Dio della giustizia e della pace”.
MESSAGGI PER L’APERTURA DELL’ANNO SCOLASTICO
Il Vescovo delegato CESi per la Scuola, l’Università e l’Educazione cattolica, mons. Michele Pennisi, rivolge il messaggio, a nome dei Vescovi di Sicilia, a docenti e a studenti invitandoli “ad una seria riflessione e ad un impegno significativo di fronte alle sfide poste dall’emergenza educativa”. Nell’intervento anche l’invito a vedere l’educazione come “trasmissione testimoniale e argomentata di valori”, soprattutto in Sicilia, dove ha una particolare importanza “l’educazione alla legalità, al bene comune, per la resistenza alla mentalità mafiosa”.

Messaggio del Vescovo
Da una parte l’invito a non scoraggiarsi di fronte alle evidenti difficoltà della categoria, anzi “a riscoprire la dimensione profetica” nel lavoro degli insegnanti, dall’altro l’esortazione a “non sprecare le possibilità e le risorse della età”, a non rinchiudersi “in orizzonti limitati” rivolta agli alunni. Così, con l’ausilio di brevi pensieri, Alfio Briguglia, Direttore dell’Ufficio regionale per l'Educazione cattolica, la Scuola e l'Università della C.E.Si. augura un buon anno scolastico a quanti, sulla cattedra o sui banchi, vi si trovano impegnati.

Messaggio del Direttore dell’Ufficio regionale

59° Convegno liturgico nazionale
“Celebrare per avere parte al Mistero di Cristo.
La partecipazione alla liturgia”.
I Vescovi siciliani al 59° Convegno liturgico nazionale
La 59° Settimana Liturgica nazionale che ha avuto inizio in Palermo lo scorso 25 Agosto sul tema “Celebrare per avere parte al Mistero di Cristo. La partecipazione alla liturgia” vuole porsi come “in un itinerario di unità, per favorire l’essere ed il sentirsi un cuor solo ed un’anima sola, come viveva la comunità dei primi cristiani”. E’ questo, del resto, l’augurio con il quale mons. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo, ha dato inizio ai lavori. Il frutto del tradizionale Convegno che s’inserisce nel cammino ormai consolidato delle Settimane Liturgiche Nazionali per Romeo “dipenderà all’intensità dell’apertura del nostro cuore alla grazia di Dio ed alla piena comunione con i fratelli”.
Una Settimana articolata in momenti di preghiera, di ascolto, di riflessione, di eventi culturali e di fraterna convivenza che richiede impegno. “La risposta all’invito a riunirci per questa celebrazione non può limitarsi a vivere momenti di soddisfazione personale per le relazioni che ascolteremo ed i dibattiti a cui parteciperemo, ma vuole essere innanzi tutto un momento comunitario di fede vissuta e condivisa tra tutti noi, divenendo così un evento ecclesiale che coinvolge tutta la Chiesa che è in Italia – ha detto l’arcivescovo - la preghiera di soave odore che siamo chiamati ad innalzare, la luce del Risorto che illumina la nostra esistenza, la Parola di Dio che desideriamo far vivere nelle nostre persone, diventerà così trasparente ed autentica testimonianza che non potrà non interpellare quanti incontriamo nel nostro cammino. Così come gli Apostoli, riuniti nel cenacolo, sperimentavano l’accompagnamento amoroso e premuroso di Maria – ha aggiunto mons. Paolo Romeo - anche noi, membra del Corpo mistico di Cristo, possiamo essere sicuri che Lei ci è accanto e ci guida invitandoci a lasciarci sempre più affascinare da suo Figlio. A Lei, Vergine Odigitria, alla Sua materna intercessione vogliamo affidare i lavori di questa Settimana, a Lei vogliamo confidare quanto sta nel nostro cuore di figli, fiduciosi del Suo costante accompagnamento”.
“Un tempo tutto il mondo civilizzato anelava esplicitamente alla salvezza; oggi quasi nessuno si sente di dichiarare di avere bisogno di essere salvato. Eppure il bisogno rimane. Fare riscoprire il bisogno oggettivo della salvezza, intesa nella pienezza del suo significato, è il nostro compito. Far sì che la nostra catechesi e la nostra prassi pastorale e liturgica manifestino al vivo di essere, esse stesse, luogo della partecipazione al mistero della salvezza in Cristo Salvatore, è ciò che dobbiamo nuovamente imparare alla scuola dei Padri della Chiesa”. Lo ha detto mons. Salvatore Di Cristina intervenendo al Convegno liturgico nazionale. L’arcivescovo di Monreale ha svolto una relazione sul tema: “Alla scuola dei Padri per entrare nel Mistero della salvezza”. “Oltre che maestri del mistero della salvezza – ha spiegato – i Padri ci sono anche testimoni dell’impegno pastorale della Chiesa antica, un impegno caratterizzato, come la loro riflessione teologica, dalla consapevolezza della priorità della salvezza nel progetto di Dio per l’uomo”.
I VESCOVI DI SICILIA ALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
IMMIGRAZIONE E QUESTIONE EDUCATIVA.

I VESCOVI DI SICILIA ALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA


Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo è intervenuto in merito alla prima questione. Parlando sicurezza ed accoglienza, Mogavero ha presentato l’esperienza della diocesi che egli guida. “Il nostro non è un approccio di tipo religioso, ma di tipo umano – ha detto il prelato – accoglienza, individuazione dei problemi, risposta, accompagnamento, aiuto: questa è la nostra pastorale per gli immigrati. La nostra strategia – ha aggiunto – è stare in mezzo alla nostra gente”.

Nel suo intervento all’Assemblea e al gruppo di studio della Cei, mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, ha parlato “a partire da quello che è successo a Niscemi e dagli incontri avuti con migliaia di giovani incontrati nelle scuole durante la visita pastorale. Sono rimasto colpito dal paradosso fra l’analfabetismo culturale, affettivo, morale e religioso di questi giovani e l’uso spregiudicato dei moderni mezzi di comunicazione sociale (Tv, internet, videofonini…) e il consumo acritico di squallide trasmissioni televisive che senza alcun pudore esibiscono in pubblico la vita sessuale e intima dei giovani – ha detto il prelato, che è membro della Commissione Episcopale per l'educazione cattolica, la scuola e l'università - la sessualità sganciata da un amore capace di donazione non viene percepita da questi giovani come una realtà che riguarda la dignità della persona in una relazione affettiva autentica con gli altri, mentre il corpo è ridotto a semplice complesso di organi ed energie incontrollate alla ricerca di un piacere immediato e superficiale dell’individuo. Certo gran parte della responsabilità è degli adulti che hanno abdicato alla loro missione educativa – ha aggiunto mons. Pennisi -, mentre le istituzioni educative diventano un affollato crocevia, in cui si incontrano e si scontrano in modo confuso e incontrollato concezioni e prospettive diverse, dove i compiti educativi stentano ad assumere un profili convincente per tutti.

E’ necessario un rinnovato impegno educativo che deve coinvolgere genitori, catechisti, insegnanti, operatori sociali. Bisogna dare sostegno ai genitori e agli insegnanti che trovano difficoltà ad educare”.

Continuando ad affrontare quello che il pastore della Chiesa di Piazza Armerina definisce “uno dei problemi più gravi che riguarda soprattutto i giovani”, nonché “quella che il Santo Padre ha chiamato più volte ‘emergenza educativa’”, mons. Michele Pennisi ha sottolineato l’importanza di un “insegnamento religioso che ci consente di raggiungere gran parte dei nostri giovani, anche se non basta accontentarsi della quantità degli avvalentesi, ma bisogna puntare sulla qualificazione degli insegnanti di religione e sul loro rapporto con la vita pastorale delle parrocchie. A questo proposito vorrei ricordare che bisogna insistere col Governo perché venga garantito l’insegnamento religioso anche ai giovani della formazione professionale, che spesso sono i più a rischio – ha detto - E’ necessario realizzare una pastorale integrata che coinvolga tutti i soggetti presenti nell’ambiente scolastico: studenti, insegnanti cattolici, genitori, personale non docente. Nella scuola dell’autonomia è possibile la collaborazione fra le parrocchie e le scuole programmando alcune attività da inserire nei POF. Bisogna accompagnare i giovani anche nel tempo libero sia con gli oratori e con una pastorale non solo del sagrato ma anche della strada, delle piazze, dei muretti – ha concluso mons. Pennisi - bisogna che i giovani vengano educati a vivere gli affetti, lo studio, il lavoro, il tempo libero a partire dall’incontro con Gesù Cristo”.
“Il diavolo esiste, io l’ho incontrato”
[01] “Nella mia esperienza di esorcista posso dire che il diavolo agisce anche oggi in maniera non solo ordinaria come avviene attraverso la tentazione, ma anche in maniera straordinaria attraverso l’infestazione, la vessazione o la possessione. Si tratta, comunque, di casi molto rari”. Non basta il tono sereno e l’aspetto rassicurante di Fra Benigno dei Frati Minori Rinnovati, esorcista e incaricato dalla Conferenza Episcopale Siciliana della formazione degli esorcisti, ad attenuare il peso delle sue parole. Una sensazione di gravità che non ci lascia neanche quando aggiunge che “prima ancora della mia esperienza c’è da dire, a priori, che se Gesù ha dato alla Chiesa potere e autorità di scacciare i demoni (cfr. Lc 9,1), certamente essa, lungo la storia, dovrà pur incontrare casi che richiederanno l’esercizio di questo suo potere. Altrimenti, a che pro un tale potere?”. Da anni ormai, questo frate nato a Canicattì (Ag) combatte contro il maligno… proprio lui, che lasciando il nome di Calogero Palilla, ricevette quello di fra Benigno! Non pensava – e lo confessa lui stesso – di fare l’esorcista. Giammai. Eppure “come non utilizzare il dono che il Signore ha fatto alla sua Chiesa quando ti trovi dinanzi a sofferenze che non possono non strapparti le lacrime, soprattutto quando ne sei spettatore?”. E poi fra Benigno aggiunge: “Sono mali e tormenti che a volte, pur sapendo che c’è una risposta e anche una soluzione, potrebbero indurre a chiederti il perché di una sofferenza, il perché di una sofferenza procurata dal diavolo”.
Perché Fra Benigno racconta di supplizi e strazi terribili. “Nella mia esperienza di esorcista mi son trovato, a volte, di fronte a persone che soffrivano molto – scrive nel libro dal titolo “Il diavolo esiste, io l’ho incontrato” - soffrivano a causa di dolori in diverse parti del loro corpo, che non trovavano spiegazione alcuna da un punto di vista medico. Soffrivano per pugni e bastonate, invisibili ma reali, che lasciavano lividi. Soffrivano per croci, graffi, tagli profondi e scritte sanguinanti sul loro corpo. Soffrivano per un fenomeno di paralisi, che andava e veniva. Soffrivano perché, a volte, si sentivano immobilizzate sul letto e costrette a subire rapporti sessuali da parte di una realtà invisibile. Soffrivano, perché trovavano difficoltà a partecipare alla Santa Messa, rimanendo bloccate senza poter camminare, quando si alzavano per andare a prendere il Corpo di Gesù nella Comunione. Soffrivano per quel sapore molto sgradevole dell’Ostia consacrata e per la difficoltà che avevano di deglutirla, ma soprattutto perché a volte erano costrette a sputarla”.
“Casi patologici?” – chiediamo a Fra Benigno. “Accadeva intanto che, iniziando a pregare su di loro, entrassero subito in trance – risponde - e, in esse, emergesse un’altra personalità”. “Sdoppiamento di personalità?”, continuiamo. “A me non sembra – dice Fra Benigno - quell’avversione al sacro in persone impegnate nella vita cristiana, avversione che si manifestava quando dovevano fare la Comunione o quando io accostavo sul loro corpo o il crocifisso o la Bibbia o una reliquia di un santo, o le aspergevo con acqua benedetta o imponevo loro le mani invocando lo Spirito Santo; soprattutto quelle risposte lucide e profonde che andavano al di là delle loro conoscenze teologiche: tutto questo mi induceva a pensare di trovarmi a che fare con quella presenza malefica, di cui parla la Bibbia, la quale causava loro quelle sofferenze sopra riportate. Una conferma l’avevo, poi, nel fatto che con le preghiere di esorcismo tutto si normalizzava e le persone risultavano liberate e guarite, senza che avessero assunto farmaci o si fossero sottoposte a trattamento psicoterapeutico o, comunque, avendo sospeso le cure diversi anni prima che avvenisse la loro liberazione e la loro conseguente guarigione”.
Ma il confine tra possessioni diaboliche e patologie è davvero sottile. “In 10 mesi ho ricevuto richieste per 750 appuntamenti: tutti volevano un esorcismo, ma solo una dozzina o poco più ne aveva bisogno”. Sono i dati stessi forniti da Fra Benigno a dare la cifra di quanto diffusa sia la paura e, allo stesso tempo, la moda del diavolo.
A questo punto, però, sorge spontanea una domanda. E se la pone anche lo stesso esorcista. “Ma se la liberazione, e la conseguente guarigione, è stata opera non da un effetto placebo, ma dell’intervento di Dio, di Dio che si dice essere onnipotente, perché, allora, è stato necessario tutto quel tempo per giungere alla liberazione e alla conseguente guarigione?”. Per una guarigione, una liberazione completa, infatti, possono trascorrere anche due o tre anni. “Io non conosco le ragioni di questo ritardo. So solamente, a livello teorico, che esse possono essere diverse – dice ancora nel testo che uscirà tra il 15 e il 20 Febbraio prossimi, per i tipi delle Paoline - una prima ragione potrebbe essere la non sufficiente collaborazione del paziente attraverso un cammino di conversione. Una seconda – aggiunge Fra Benigno - il fatto che nel paziente o nei familiari manchi una fede sufficiente. Gesù l’ha esigita sempre prima di compiere un miracolo di guarigione o di liberazione: “Tutto è possibile a chi crede” (Mc 9,23), diceva. La risposta a volte era questa: “Signore, credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24). Una terza ragione potrebbe essere il fatto che non ci sia sufficiente preghiera e non si digiuni. Gesù indicò i mezzi per ottenere la liberazione: “Certa specie di demoni – disse – non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno” (Mc 9,29; Mt 17,21). A non pregare e a non digiunare possono essere o chi è vittima dell’azione straordinaria del diavolo o l’esorcista o la Chiesa stessa – aggiunge Fra benigno - Sì, la Chiesa stessa! L’esorcista, infatti, opera in nome della Chiesa ed è la Chiesa che libera per quel potere ricevuto dal suo Signore. Per conseguenza, se dietro l’esorcista non c’è una Chiesa orante e penitente, una Chiesa, cioè, che non utilizza i mezzi proposti da Gesù per scacciare i demoni, i tempi di liberazione non possono che allungarsi. E non dovremmo dimenticare che la Chiesa sono tutti i fedeli: laici e chierici. Una quarta ragione del ritardo della liberazione potrebbe essere il fatto che Dio ne voglia ricavare, così, un bene: un bene per il paziente; un bene anche per i parenti, i quali in occasione di questi eventi spiacevoli sono spesso indotti a iniziare un cammino di fede e di conversione; un bene, infine, per il mondo intero, dal momento che la sofferenza umana, da qualunque parte provenga, completa quello che manca alla passione di Gesù a favore dell’umanità (cfr. Col 1,24). Tuttavia, se l’esorcismo non porta subito alla liberazione definitiva, esso, però, restringe sempre più il campo d’azione del diavolo o dei demoni”.
Come fa il diavolo a scegliere le sue “vittime”?. “Ci può essere una sofferenza che potrebbe essere frutto di una colpa personale – dice nel suo libro il frate minore - come l’adesione a sette sataniche, la partecipazione a riti satanici o a messe nere, una propria consacrazione a satana, un patto fatto con lui, una partecipazione a sedute spiritiche, l’ascolto di musica di rock satanico, il ricorso a maghi, streghe, chiromanti, fattucchieri, medium, chiaroveggenti e cartomanti (mi riferisco a quelli veri, pochi in verità, non agli imbroglioni!), cose tutte che sono come delle finestre aperte, che possono consentire al diavolo e ai demoni di entrare nella sfera della vita di una persona”. Ma Fra Benigno sottolinea con forza: “l’importante è ricordare che dove c’è sofferenza, non sempre c’è anche colpa”.
Sentir parlare del maligno, delle sue azioni devastanti, della difficoltà nel tenergli testa ed avere la meglio, ci riportano in mente scene di film che fanno ormai parte della storia del cinema e della nostra inquietudine. Storie che ci creano disagio, imbarazzo e spesso anche paura. E sono solo finzioni sceniche! Come fa un uomo di Dio a non vacillare dinanzi a tutto ciò? A non cadere nel pessimismo, o quanto meno in una sorta di tristezza? Fra Benigno ci stupisce e ci ammaestra. “La constatazione, nella mia attività esorcistica, delle liberazioni e delle conseguenti guarigioni mi ha indotto, spesso, a lodare e benedire il Signore, a ringraziarlo per aver dato alla Chiesa potere e potestà su tutti i demoni, come pure potere di scacciarli. Mi ha indotto, anche, a scrivere questo libro, che vuole essere il racconto di quei prodigi, che il Signore ha compiuto attraverso gli esorcismi da me fatti. “Dite i suoi prodigi”: è, questa, la raccomandazione del Salmista (Sal 95 [96],3), raccomandazione che volentieri ho accolto”. Leggendo “Il diavolo esiste, io l’ho incontrato”, è evidente il frate minore fa della sue esperienza una vera e propria preghiera, quasi un salmo. “Queste pagine – dice - vogliono narrare lo splendore della gloria di Dio. Vogliono dire la stupenda sua potenza. Vogliono parlare della sua grandezza. Gloria, potenza e grandezza, che si sono manifestate, appunto, durante gli esorcismi. L’ho constatato con i miei occhi e, per conseguenza, sento di gridarlo con profonda convinzione: “La destra del Signore ha fatto meraviglie”. Queste pagine ne sono una testimonianza. Leggendole, non potremo non concludere che il Signore è veramente grande, che egli è degno di ogni lode e che la sua grandezza non si può misurare”.
“PREGATE CONTINUAMENTE”
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

[01] C’è anche l’ardore di una piccola suora siciliana nella storia della Settima di preghiera per l’unità dei cristiani. Una piccola suora siciliana di Misilmeri (Pa), fondatrice delle Suore missionarie domenicane di S. Sisto che per prima scrisse un libretto di preghiere per il ritorno delle varie confessioni cristiane alla Chiesa cattolica. Raccolse il suggerimento per un “Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani” nel contesto della Pentecoste proposto nel 1894 dal papa Leone XIII. E’, dunque, sin dagli albori che la Sicilia ha preso parte al cammino ecumenico. A Palermo, ad esempio, la Settimana per l’unità dei cristiani si celebra ininterrottamente da 25 anni, facendo registrare una costante collaborazione tra le confessioni cristiane “storiche” presenti ed operanti nel territorio cittadino: anglicani, avventisti, metodisti, ortodossi, valdesi, oltre, naturalmente, ai cattolici, il cui impegno ecumenico è stato spesso confortato dalla presenza dell’arcivescovo o del suo vicario.

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che ricorre dal 18 al 25 gennaio, offre anche a quelle comunità piccole e periferiche che mai o scarsamente hanno l’opportunità di praticare iniziative ecumeniche l’occasione per pensare e far pensare all’ecumenismo. Ma le ragioni della preghiera “perché tutti siano una cosa sola” hanno radici storiche. “I conflitti e le divisioni all’interno della realtà cristiana non sono mai mancati – dice mons. Luigi Chiovetta, direttore dell'ufficio diocesano per l'Ecumenismo e il dialogo di Catania - forse per questo non sono mancati in ogni tempo sforzi unionisti ispirati dallo Spirito Santo per ricucire le fratture esistenti. Esse – aggiunge - costituiscono uno scandalo e sono contrarie al progetto del Signore sulla sua Chiesa. Il Vangelo di Giovanni c’informa che Gesù ha pregato per l’unità dei suoi discepoli prima ancora che tali divisioni avvenissero, anzi ha legato il successo dell’evangelizzazione alla loro unità: ‘Siano una sola cosa affinché il mondo creda’ (Gv 17,21)”. “L’ecumenismo prende le mosse dalla constatazione di essere cristiani diversi gli uni dagli altri, forse anche all’interno delle nostre chiese e comunità – spiega mons. Liborio Asciutto, vicedirettore del Centro regionale per l’Ecumenismo e il Dialogo della Conferenza Episcopale Siciliana – ma nella consapevolezza di sentirci uniti nel volere essere discepoli del Signore, nonostante le nostre mancanze, carenze e, a volte, anche controtestimonianze. Uniti nell’accogliere la Sua parola e nello sforzo di trasmetterla agli altri. L’ecumenismo è il bivio che le Chiese devono affrontare – aggiunge Asciutto, che è anche direttore dell’ufficio diocesano di Cefalù per l’Ecumenismo e il Dialogo e presidente del Centro ecumenico aconfessionale “La Palma” di Cefalù - da una parte Chiese che si arroccano in se stesse per difendere le proprie identità più che cercare la fedeltà al Vangelo, dall’altra Chiese che camminano decise verso un futuro di purificazione e di rinnovamento evangelico”.

La strada per l’unità non è certo tutta in discesa. Il grande teologo del Concilio Vaticano II Yves Congar aveva affermato che ‘Possiamo passare attraverso la porta dell’ecumenismo soltanto in ginocchio’. Già nella ideazione e realizzazione della stessa Settimana di preghiera si sono incontrate difficoltà, anche solo nella scelta del metodo. Cento anni fa, infatti, padre Paul Wattson, un anglicano degli Stati Uniti molto vicino al mondo cattolico, introdusse un ottavario - una settimana, appunto - di preghiera per l’unità dei cristiani. Fu lui a fissarne la data tra il 18, festa della Cattedra S. Pietro, e il 25 gennaio, festa della Conversione di S. Paolo. Il metodo era quello “per il ritorno”. Nel 1935 l’abate Paul Couturier costatò che, pregando “per” non si poteva pregare insieme ai fratelli separati e suggerì di “pregare per la santificazione di tutti”, cioè pregare “con”. Papa Giovanni XXIII, attraverso il Concilio Vaticano II, aprì le porte alla collaborazione ufficiale e fraterna dei cattolici con gli altri cristiani: il metodo è stato ulteriormente migliorato poiché si prega “su”, cioè, su una frase della Bibbia scelta insieme. La “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani” che egli promosse, intendeva invocare l’unità della Chiesa “come Dio la vuole”. Tale atteggiamento incontrò anche il favore di protestanti ed ortodossi, in linea di principio ma non ancora sul piano pastorale. Dal 1968, la Settimana fu preparata congiuntamente dalla commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio Ecumenico delle Chiese (organismo mondiale che riunisce protestanti ed ortodossi) e dal Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani (Chiesa cattolica).

Quest’anno il tema scelto dal Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani e dal Consiglio Ecumenico delle Chiese per la Settimana per l’unità dei cristiani è “Pregate continuamente” (1Ts 5,17). “Una traduzione più attenta del testo greco recita: “Pregate incessantemente”, dove “incessantemente”, osserva S. Agostino, significa ‘sempre, senza interruzione, senza stancarsi mai, consapevoli che tutto viene da Dio e che senza di lui non possiamo far nulla’ (cf Gv 15,5) – dice mons. Chiovetta - e la preghiera è effettivamente l’anima insostituibile dell’Ecumenismo (UR 8). La frase di San Paolo è anche “un segno di speranza nell’attuale momento di difficoltà del cammino di riconciliazione fra le Chiese”. Lo sostiene Bruno Di Maio, responsabile del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) – Gruppo di Palermo. Ancora lui spiega: “Esse si dimostrano consapevoli della povertà delle proprie forze e si esortano a vicenda ad unire umilmente la propria invocazione a quella di Gesù, riportata nel Vangelo di Giovanni: ”Che tutti siano uno perché il mondo creda”. Pregare continuamente, dunque, perché “l’unità è un dono di Dio; bisogna incessantemente impetrarla – dice mons. Chiovetta – e in tal senso va la raccomandazione di Gesù sulla necessità della preghiera e la sua efficacia è assicurata: ‘Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò’ (Gv 14,13). Importante è rimanere in lui: ‘Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato’ Gv 15,7). Certamente – aggiunge il delegato - rimane in Lui chi lavora e prega per l’unita dei cristiani. In questo Dio è sommamente glorificato”.

Se oggi ha il significato specifico di movimento per il “Ristabilimento dell’unità dei cristiani”, l’”ecumenismo” - dal verbo greco oikêin, cioè abitare - è il movimento legato all’”ecumene”, cioè, alla “terra abita” - oikǒuménē ghē - e a quei fenomeni che in essa sorgono e si propagano come universali. “Per questo – dice mons. Chiovetta - l’ecumenismo riguarda tutti e tutti ne sono attori. Non è consentito essere spettatori, ma c’è una raccomandazione di S. Paolo: ‘Fare la verità nella carità per crescere in lui che è il capo’ (Ef 4,15). L’ecumenismo non è un’avventura – aggiunge - richiede pazienza, delicatezza, semplicità, carità e disponibilità, ma anche chiarezza, coraggio, fermezza e prudenza”.

Il Vaticano II indica tre piste sicuramente ecumeniche. C’è innanzitutto un ecumenismo dottrinale, che riguarda il dialogo e il confronto teologico sui contenuti della professione di fede. È necessario cogliere i valori e patrimonio culturale degli altri, capirli e farsi capire con verità e con carità, cogliendo un sano pluralismo teologico. C’è poi un ecumenismo spirituale, che riguarda la “riforma della Chiesa”, la “conversione personale”, e, soprattutto la “preghiera”. Non si tratta di pregare “per” i fratelli separati”, ma di pregare “con” i fratelli separati. Pregare per l’unità, pregando insieme è già una “comunione”, poiché: ‘Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, ci sono anch’io in mezzo a loro’ ( Mt 18,20). C’è infine un ecumenismo pratico, quello che comporta cooperazione su larga scala in tutti quei campi della cultura, del sociale, della scienza e della tecnica in cui un’azione comune è resa possibile e necessaria. “La cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente quell’unione che già vige tra loro e pone in piena luce il volto di Cristo Servo” (UR 12). “Queste tre forme vanno tenute presenti – spiega mons. Chiovetta - anche quando di fatto ci si applica ad una sola di esse per non fare scadere l’ecumenismo in un attivismo vuoto e senz’anima”. “L’ecumenismo è per le Chiese un “dono” e un “compito” – dice il direttore dell'ufficio diocesano per l'Ecumenismo e il dialogo di Catania - Gli uomini hanno spesso la cattiva abitudine di passare sulla testa di Gesù Cristo, mettendo avanti se stessi e facendo valere le proprie passioni e i propri interessi, in contrasto con la volontà del Signore. L’ecumenismo ha l’ambizione di lavorare a realizzare la volontà di Dio sulla Chiesa”.

Ecco allora l’augurio di mons. Asciutto: “che possiamo accogliere con gioia la Sua luce, senza metterla sotto il moggio, ma custodendola nel nostro cuore e nella nostra vita e trasmettendola, in condivisione d’intenti, al mondo in cui ci è dato di vivere”.

24 Gennaio 2008
Intervista a don Giuseppe Alcamo
Centro regionale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

    «L’attenzione ai disabili e il chiedersi come integrarli pienamente dentro le nostre comunità ecclesiali, non solo per dare ma anche per ricevere, è da una parte espressione della speranza cristiana, dall’altra rende visibile la profezia che la Chiesa è chiamata a vivere dentro la storia». Così don Giuseppe Alcamo, direttore del Centro Regionale per l’Evangelizzazione e la Catechesi, all’indomani del Convegno regionale, svoltosi a Capaci dal 16 al 18 novembre, sul tema “Percorsi di catechesi con le persone disabili. La persona con disabilità testimone di Cristo Risorto nella vita della Parrocchia”.

    Il Convegno, segno per la società, promessa di un amore che non abbandona nessuno, come lo ha definito mons. Michele Pennisi, Vescovo delegato CESi per il settore, è solo una tappa.
    «Necessario, adesso, – sottolinea don Alcamo – è percorrere un cammino di approfondimento, per riscoprire la Speranza, che sta caratterizzando il cammino della Chiesa italiana in questo primo decennio del terzo millennio. Necessario è promuovere una pastorale che costruisca la piena e paritaria integrazione del disabile nelle comunità diocesane. Non possono esserci, infatti, preclusioni o impedimenti per incontrare Cristo Risorto e non è possibile incontrarlo al di fuori della nostra storica realtà umana».

    Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario impegno e «questo impegno può diventare sempre più incisivo nelle Chiese locali – ribadisce il direttore del Centro Regionale per l’Evangelizzazione e la Catechesi - nella misura in cui si supera la logica settoriale della pastorale e si sviluppano e si intensificano i rapporti tra l’ufficio catechistico, i movimenti e le associazioni presenti in Sicilia e sensibili al problema. All’attenzione di tutti la sfida della semplicità, che non vuol dire banalità o riduzionismo. La sfida della semplicità come ricerca semplice della via da percorrere insieme, andando alla sostanza, all’anima, alla bellezza della nostra fede, eliminando gli orpelli e le caricature, che rendono meno credibile la testimonianza l’inadeguatezza delle parole umane; non siamo riusciti a trovare il lessico giusto per indicare i fratelli che mostrano nella propria carne il segno della fragilità umana; tutti i termini in uso nella lingua corrente ci sono apparsi, in qualche modo, offensivi, inadeguati, incapaci di esprimere la ricchezza della persona. Abbiamo sperimentato la sofferenza di riconoscere che nei nostri vocabolari non ci sono termini adatti e precisi; la comunione, l’amicizia, la solidarietà, la simpatia evidenziano con forza la povertà di linguaggio».

    Dal Convegno, arricchito dalle riflessioni dei relatori, dai laboratori, da approfondimenti, e da momenti di preghiera, sono emerse, quindi, le nuove prospettive, si sono fatti più chiari i traguardi da raggiungere, per essere ancora nella storia una Presenza per servire.

    Don Giuseppe Alcamo così li sintetizza: «Rispettare ogni persona, al di là della disabilità, nella sua dignità e nella sua diversità; tutti dobbiamo educarci a metterci in ascolto dello Spirito che parla in Lei. Promuovere una ministerialità ecclesiale, come luogo di esercizio di effettiva corresponsabilità, evitando pietismi e condiscendenza, in cui più facilmente il disabile può sentirsi accolto e valorizzato, come un “tu” a cui rivolgersi con interesse e amore, per la sua ricchezza oltre che per il suo limite. Saper cogliere, apprezzare e legare insieme diversità e varietà di doni e di limiti, per vivere la sinfonia della comunione. Far precedere, nella catechesi, la dimensione affettiva a quella intellettuale; la comprensione affettiva supplisce alle difficoltà di comprensione intellettuali. Verificare quanti sono le persone disabili che vivono nel territorio parrocchiale, stabilendo rapporti fraterni con le loro famiglie, spesse volte sole con il loro difficoltà. Inserire le persone disabili come parte attiva della pastorale parrocchiale e diocesana».

    Tracce ampie e ricche che nascono dalla certezza che «c’è un cammino, cioè un progetto di Dio su ogni persona, che può essere, deve essere realizzato, portato a compimento, senza fretta e massificazioni».[02]
Intervista a mons. Rosario Dispensa
Centro regionale di Pastorale giovanile

    [01]Un mirino puntato su una tempio cattolico e poi la scritta “FACCIAMO… fuori… LA CHIESA!”. E’ quantomeno provocatoria la scelta fatta dal Centro regionale di Pastorale giovanile della Conferenza episcopale di Sicilia per il convegno che si è tenuto dal 2 al 4 novembre scorsi a Cefalù. Così, infatti, è stato annunciato il Convegno regionale degli operatori di Pastorale giovanile. “Un appuntamento che si pone nel cammino proposto dalla Conferenza Episcopale Italiana, dell’Agorà, e nel cammino di tutta la Chiesa che si prepara all’incontro mondiale dei giovani nel 2008” spiega mons. Rosario Dispensa, direttore del Centro regionale, che ha anche stilato e definito il programma per il Convegno regionale di Pastorale giovanile riservato ad equipes diocesane, membri delle Consulte diocesane di PG, educatori e animatori dei gruppi giovanili, movimenti, associazioni.

    “Il tema del Convegno, “FACCIAMO… fuori ...LA CHIESA!” – dice mons. Rosario - scaturisce dal desiderio di mettere insieme l’argomento trattato il primo anno dall’Agorà dei giovani italiani, e cioè l’ascolto, e il tema del secondo anno, e cioè la testimonianza. Così, quasi per uscire dagli schemi abbiamo voluto dire che fuori dalle mura della Chiesa, nella piazza… nell’agorà appunto, siamo chiamati a testimoniare ‘quello che abbiamo udito e visto, quello che le nostre mani hanno toccato’. Ma non vogliamo semplicemente uscire per invadere il mondo, bensì uscire per ascoltare il grido dei giovani, dei coetanei che cercano Dio e non lo trovano perché sono ‘fuori’ da se stessi”.

    “FACCIAMO… LA CHIESA!”, dunque. I puntini di sospensione che delimitano la parola “fuori”, la sola scritta in minuscolo, la tagliano fuori dal resto del discorso. “Siamo sempre più convinti che occorre ridare ai giovani la consapevolezza di essere protagonisti principali della propria vita e di quella della Chiesa – aggiunge il direttore del Centro regionale di Pastorale giovanile – per questo l’evento si è prefisso di far riprendere coscienza della responsabilità di ascoltarsi e ascoltare gli altri. Alla preghiera, ai laboratori, alle interazioni con i relatori è stato dato molto tempo affinché la formazione non fosse di tipo scolastico, mentre ai relatori è stato chiesto di fare emergere i desideri, le aspettative e le speranze racchiuse nel cuore dei giovani. Ai partecipanti, infine, abbiamo offerto la possibilità di prendere coraggio e diventare veri testimoni fra i fratelli, consapevoli che la missionarietà e la corresponsabilità sono di tutti. Particolarmente lo scorso anno è stato dedicato al tema dell’ascolto. A guidarci è stato lo stesso ‘farsi vicino’ di Cristo all’uomo e della Chiesa ai giovani, la modalità di esercizio della testimonianza: ascolto dei giovani e degli ambienti giovanili ‘vicini’ e ‘lontani’. L’anno pastorale 2007-2008 è caratterizzato dalla dimensione dell’annuncio e della testimonianza nella relazione interpersonale”.

    Il tema di ogni passo che il Centro regionale farà – e che ha già fatto – è allora quel “Sarete miei testimoni” che spinge, “nello Spirito, annunciare la novità di vita donata da Cristo”. “E’ un anno dedicato alla dimensione personale dell’evangelizzazione. Lo Spirito d’amore fa intuire i bisogni e le domande profonde dei giovani, e muove alla carità della verità, attraverso la testimonianza e l’annuncio personale: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti [...]. Lasciatevi riconciliare con Dio!” – dice mons. Rosario Dispensa - la missione viene vissuta non come “proselitismo, che vuole ‘catturare’ i giovani per appropriarsene, ma come una gioiosa comunicazione della bellezza di una scoperta che si vuole condividere con tutti”.

    “FACCIAMO… fuori… LA CHIESA!”, allora, da frase provocatoria e fuorviante, diventa invito chiaro e positivo. “Quello a fare la Chiesa, fuori dalle sacrestie, e soprattutto fuori da tutte quelle forme di egoismo e pochezza che spesso ci attanagliano. La vita cristiana è una profonda esperienza ecclesiale – dice mons. Rosario Dispensa - occorre allora ‘dire la fede’. Ma ‘dire’ significa vivere e proclamare: comprende gesti e parole, e farlo in seno ad una comunità che sostiene, incoraggia, orienta la nostra fede”.

    Cinque ambiti su cui i giovani hanno riflettuto: “Chiesa chi sei? Chiesa e impegno civile. Chiesa e stile di vita. Chiesa e relazione con gli altri. Chiesa e annuncio”. In essi sono emersi i desideri, le aspettative e le speranze racchiuse nel cuore dei giovani. Questi proposti sono stati raccolti dal Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana l’arcivescovo Paolo Romeo e dal Vescovo Delegato per la Pastorale Giovanile mons. Mario Russotto che, al termine del Convegno, hanno inviato i giovani perché con coraggio e possano diventare veri testimoni fra i fratelli, consapevoli che la missionarietà e la corresponsabilità sono di tutti. I seicento giovani provenienti dalle diocesi e parrocchie di tutta l’Isola hanno così pregato, si sono confrontati fra di loro divisi in venti forum, hanno interagito con i relatori, tra di loro e con i testimoni. “Il Convegno alla sera di domenica è finito – chiosa mons. Dispensa - ma è cominciata una nuova stagione di riflessione e di missionarietà per i giovani della Sicilia”.

5 Novembre 2007
Scuola Regionale di Pastorale Familiare
    [02] Ha riaperto i battenti la Scuola Regionale di Pastorale Familiare, già alla sua seconda edizione. Cinquanta le famiglie che, chiamate a raccolta dalle diciotto diocesi siciliane, dal 26 al 28 Ottobre a Cefalù, hanno partecipato al primo weekend di formazione, confrontandosi sul tema “Vita nuova della coppia nello Spirito”.
    L’ incontro, organizzato dal Centro Regionale per la Pastorale della Famiglia della Conferenza Episcopale Siciliana e dal Dipartimento di Antropologia Cristiana della Facoltà Teologica di Sicilia, è solo la prima tappa di un percorso che durerà due anni; «è - come dicono Maria e Onofrio Amato, coppia responsabile del Centro - solo l’inizio di un itinerario di confronto e di crescita per queste coppie, chiamate a crescere nella fede, per essere dono di speranza e di amore per il mondo; chiamati a diventare testimoni credibili dell’amore di Cristo a vantaggio di un’umanità sempre più ripiegata sul proprio egoismo e piagata da molti mali»
    Altrettanto ribadisce Gregorio Vivaldelli, direttore dello Studio Accademico di Trento, relatore durante la tre giorni, insieme ad Ina Siviglia, docente di Antropologia Cristiana presso la Facoltà Teologica di Sicilia. «E’ una sfida esserci oggi “cristianamente” – dice lo studioso -. La cultura dominante, infatti, impregnata di individualismo e di soggettivismo, costringe a vivere una vita inautentica, impone di dominare la ribalta secondo le regole dello show. Solo dalla spiritualità biblica le coppie possono attingere la forza e il coraggio per vivere una vita reale, per essere presenza autentica e autenticamente cristiana».
    Oltre le ricche riflessioni e le ampie conversazioni, le coppie hanno vissuto momenti liturgici intensi. Infatti, «la Scuola – ha sottolineato Maria Amato - non vuole solo promuovere una formazione culturale e teologica, ma soprattutto, attraverso una liturgia familiare, una mistagogia animata, vuole proporre uno stile pastorale e favorire una crescita spirituale».
    La tre giorni non ha coinvolto solo le coppie, ma anche i più giovani, impegnati in un’animatema, un progetto di animazione curato dagli animatori di cinque diocesi siciliane (Palermo, Nicosia, Messina, Caltagirone, Catania). Creativo e non meno impegnato, il lavoro dei più piccoli ha ricalcato, a suo modo, quello dei propri genitori. Proprio durante la Celebrazione Eucaristica di Domenica 28, genitori e figli hanno portato all’altare i doni, segni tangibili dell’impegno di questi giorni, celebrando così con la loro presenza e la loro unione l’amore reciproco e il dono della vita.
Intervista a don RINO LA DELFA
CENTRO REGIONALE PER LA FORMAZIONE PERMANENTE DEL CLERO
“MADRE DEL BUON PASTORE”
Convegno -“Dialogo” dei Seminaristi.
“Rimanete in me. Alle sorgenti dell’affettività del presbitero”.


    [01] “E’ attraverso l’umanità del prete che passano i doni più belli che il Signore elargisce alla comunità; è fondamentale, allora, valorizzare il suo essere uomo, e uomo tra gli uomini”. Don RINO LA DELFA, direttore del Centro per la Formazione permanente del clero “Madre del Buon Pastore” della Conferenza Episcopale di Sicilia spiega così il tema del tradizionale “Dialogo dei Seminaristi” e del primo dei tre incontri stabiliti insieme ai rettori e formatori nei Seminari siciliani per l’anno 2007-8. Dal 19 al 22 Ottobre si è svolto a Poggio San Francesco il Convegno - “Dialogo” dei Seminaristi sul tema “Rimanete in me (Gv 14,5). Alle sorgenti dell’affettività del presbitero”.
    L’appuntamento - ricco di conversazioni, approfondimenti in gruppo e laboratori – è nato dunque innanzitutto come “Dialogo”. “Da 30 anni i seminaristi di Sicilia s’incontrano in un convegno che loro stessi hanno così chiamato – dice don Rino -, un’esperienza unica che gode di tentativi d’imitazione per la particolarità della formula adottata. Ogni diocesi ha un seminario, ognuno di questi s’incontra e vive la fraternità, permettendo a chi vi partecipa di conoscersi, arricchirsi delle esperienze dei singoli seminari e delle singole diocesi. E tutto in modo molto spontaneo”. Ma l’appuntamento è quest’anno aperto anche ai formatori. “Diversamente dall’anno scorso in cui l’equipe aveva preparato per i rettori e i formatori una pista di riflessione alternativa e svincolata da quella dei seminaristi, e per il fatto che quest’anno invece l’animazione del “Dialogo” è completamente affidata alla stessa equipe – aggiunge il direttore del Centro “Madre del Buon Pastore” – si è pensato di estendere l’ascolto delle due conversazioni di sabato 20 ottobre in programma per i seminaristi anche ai rettori e formatori, facendo seguire all’ascolto delle medesime due laboratori a loro adatti”. Il guadagno di questa scelta, ovviamente, consiste nell’opportunità di un ascolto comune tra seminaristi e formatori.
    Del resto “una felice quanto fortuita coincidenza” ha consentito che la proposta tematica spontaneamente presentata all’equipe del Centro dalla commissione dei seminaristi addetti all’organizzazione del “Dialogo” si assimilasse al tema generale che il Centro aveva a sua volta stabilito per tutte le sue iniziative formative dell’anno. “Entrambi – dice don La Delfa - riguardano l’opportunità di riflettere sul tema dell’affettività per individuarne la vera “Sorgente” nella carità pastorale. Il punto è che il sacerdote, nel suo ministero, ha sempre a che fare con la vita interiore degli altri. Egli è chiamato a testimoniare un amore che sorpassa ogni altro amore. Quando i fedeli si affidano alla sua cura pastorale, essi confidano, vuoi attraverso la confessione o con la direzione spirituale, la parte più profonda della loro anima… la sete dell’amore di Dio. Compito del sacerdote è allora essere in grado di farsi compagno, fratello maggiore nel cammino di questa ricerca”.
    La riflessione è scaturita dal documento che la CEI, nel 2006, ha intitolato “La formazione dei presbiteri nella Chiesa Italiana”. Vi si legge la necessità di “una buona integrazione della dimensione affettiva del presbitero con la sua intera personalità. Quando è la dedizione pastorale a orientare, assorbire e purificare le capacità affettive del presbitero, esse diventano una grande ricchezza capace di mantenere vitale il ministero e di comunicare entusiasmo e atteggiamenti positivi. La carità pastorale costituisce per il presbitero il criterio essenziale sul quale misurare la qualità del suo vissuto e delle sue potenzialità affettive, in modo che egli, individuando e correggendo eventuali atteggiamenti ambigui, dia testimonianza di una vita realizzata anche affettivamente, capace di orientare le sue energie relazionali nell’offerta di sé”. E ancora lo stesso documento sottolinea che “l’umanità del prete è la normale mediazione quotidiana dei beni salvifici del Regno. Chi è chiamato al presbiterato deve perciò preoccuparsi di crescere in umanità. L’equilibrio, l’amore per la verità, il senso di responsabilità, la fermezza della volontà, il rispetto per ogni persona, il coraggio, la coerenza, lo spirito di sacrificio sono elementi rilevanti, anzi necessari, per l’esercizio del ministero. Così pure il modo autorevole e fraterno di entrare in rapporto con gli altri, la sincerità, la discrezione, il modo maturo di presentarsi e di esprimersi, sono chiavi che aprono le porte della fiducia, dell’ascolto, della confidenza. Diventare umanamente maturi è perciò un obiettivo fondamentale della formazione presbiterale”.
    Ecco, infine, l’augurio del Centro per la Formazione permanente del clero “Madre del Buon Pastore” della CESi: “che si manifesti quell’affectus che la carità pastorale crea e diffonde prima di tutto nella famiglia presbiterale, di cui i seminari sono il cuore pulsante”.

23 Ottobre 2007

Allegati in PDF:
Lettera ai Rettori e Formatori dei Seminari

Programma del Convegno - “Dialogo” dei Seminaristi


 
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