Direttore Responsabile P. Paolo Fiasconaro
Buona sera! Lunedì 03 Agosto Santa Lidia
Oltre
Quello che vi dico nelle tenebre
ditelo nella luce,
e quello che ascoltate all'orecchio
predicatelo sui tetti.

(Matteo 10,27)
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Teologi in ginocchio
A mo’ d’introduzione:
quando Dio parla ancora


    «Nella vita dei santi, cioè di quegli uomini che sono più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo, Dio manifesta vividamente la sua presenza e il suo volto. In loro è Dio stesso che ci parla» (Lumen gentium, n. 50b). Questa espressione sintetizza bene la lezione consegnataci ormai quarant’anni fa dal concilio Vaticano II. Secondo l’insegnamento conciliare il santo è come una parola di Dio, coerente a ciò che nella vicenda del Verbo incarnato Dio stesso ha già detto una volta per tutte agli uomini, ma non per questo destinata a restare ormai relegata fuori dai tempi, anacronistica e, quindi, astratta o semplicemente ripetitiva. Una parola, piuttosto, sempre attuale e perciò ancora destinata ad un tempo e ad un luogo e ad una comunità di persone, in cui il santo rimane di volta in volta inserito ma rispetto a cui pure egli spicca per segnalare la novità della conversione e per orientare così i suoi conterranei e contemporanei verso altre strade, quelle di Dio appunto.
    Difatti, la santità segna il punto di arrivo che ogni esodo credente, e perciò ogni cammino autenticamente religioso, si propone: la comunione con Dio, lo stare insieme con Lui. O meglio: segnala il punto in cui Dio stesso viene a stare con gli uomini, l’orizzonte in cui Egli per primo viene a dimorare e a fare comunione con loro. In questo senso, la santità è di Dio stesso: è il rapporto che Dio instaura salvificamente con gli uomini. Non si può essere santi da se stessi e a proprio piacimento. Questa è sempre stata la consapevolezza dei cristiani, già nel Nuovo Testamento, dove essi sono chiamati e si reputano «i santi», senza per questo millantare al cospetto di Dio la propria dirittura morale, anzi riconoscendosi con insistenza deboli e peccatori. Più che giusti da se stessi, san Paolo e gli altri primi discepoli del Cristo sanno di essere «santi per vocazione». E «siccome Colui che vi ha chiamati è santo – spiega san Pietro nella sua prima lettera – voi pure dovete essere santi in tutta la vostra condotta, come sta scritto: siate santi, perché io sono santo».
    D’altra parte – come già insegnavano i Padri della Chiesa – se è vero che non si può essere santi senza Dio, è anche vero che Dio non santifica gli uomini senza di loro: li chiama alla santità e, perciò, li rende capaci di rispondergli; più precisamente: li rende responsabili, vale a dire abili a dare una risposta. La risposta che “deve” essere data a Dio. Ma, pure, la risposta che deve essere data “dall’uomo”. Senza essere interpellato, questi non può rispondere. Ma una volta interrogato – chiamato, vocato –, può e deve. Ciò implica per l’uomo un nuovo rapporto con Dio e, dunque, una radicale conversione di sé e del mondo in cui egli vive. Soprattutto la radicale conversione del suo modo di intendere Dio, di conoscerlo, di incontrarlo. Nell’esistenza del santo avviene, difatti, ciò che accadeva già per il credente biblico: «O Dio, Tu sei il mio Dio», pregava il salmista, rinunciando a parlare su Dio e preferendo parlare con Dio, rispettandone così l’assoluta ineffabilità e l’indisponibile trascendenza, ma pure entrando in un rapporto così familiare con Lui da potersi persino “impossessare” di Lui – che pur sempre rimane il Signore – con il trasporto tipico di chi ama, di chi può dire cioè, per amore, a Colui al quale sa – in realtà – di appartenere: Tu sei mio e solo Tu mi basti.
    Tale conoscenza d’amore, che biblicamente configura l’esperienza dei santi, è una forma di teologia. Il titolo di questo volume – Teologi in ginocchio, espressione mutuata da Hans Urs von Balthasar – vuole evidenziare proprio la relazione principiale che c’è fra vissuto spirituale e teologia: parlando con Dio lo si può conoscere di più e far conoscere meglio. Come aveva lucidamente rilevato Balthasar nel 1948 – in un articolo destinato a fare scuola: Teologia e santità, pubblicato tra i saggi del suo libro Verbum caro – la crisi del cristianesimo e la crisi della teologia, registrate in alcuni tornanti dell’epoca contemporanea, sono conseguenze del moderno scollamento tra esperienza spirituale e riflessione critica. Secondo il teologo svizzero, infatti, nella modernità si è consumata la separazione fra teologia e santità, da Balthasar illustrata icasticamente con l’immagine della teologia seduta a tavolino e non più piegata in ginocchio. Divaricazione che ha impoverite entrambe. Impoverite soprattutto di quella che nella grande tradizione patristica era stata la linfa vitale del vissuto e del pensiero cristiani: l’ascolto e la messa in pratica della parola di Dio. Balthasar polemizzava velatamente con una teologia troppo scientifica e troppo poco sapienziale, che assumeva positivisticamente il dato biblico come elemento storicamente cristallizzato, meramente letterario e culturale e non invece come espressione di un evento storico-salvifico inserito nell’orizzonte unitario della Rivelazione divina non esauritasi nella sua fattualità temporale ma ancora efficace ed esigente la risposta dei credenti d’ogni epoca. «Contro questo atteggiamento [esclusivamente scientifico] – scriveva Balthasar – i Santi si sono sempre posti sulla difensiva, ritornando a spingersi nell’attualità dell’evento della Rivelazione. Vogliono essere presenti, quando e dove esso si svolge. Siedono con Maria ai piedi di Gesù. Pendono dalle labbra del Signore […]. Non vogliono staccarsi un attimo dall’evento in cui prestano orecchio alla Rivelazione, come se si potesse indagarne il contenuto quale dato a nostra disposizione, in sé concluso, paragonabile ai risultati degli altri settori del sapere umano». Alla luce di questa riflessione comprendiamo che il pensiero teologico non si può far coincidere immediatamente con l’esperienza credente e con la santità che ne rappresenta il profilo più maturo. Tuttavia, a parere dello stesso Balthasar, nella vicenda di grandi pensatori cristiani come Ireneo, Atanasio, Basilio, Agostino, Tommaso d’Aquino, Bonaventura, la teologia è stata anche testimonianza della loro esperienza interiore, del loro rapporto con Dio vissuto nell’orizzonte dell’ascolto e dell’attualizzazione delle Scritture. Per altro verso la storia di alcuni grandi spirituali come Francesco d’Assisi, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux riesce ad esprimere con non minore efficacia, pur senza avvalersi dei registri specifici della teologia accademica, i temi più importanti di una autentica conoscenza teologica del Dio di Gesù Cristo. Ricordando congiuntamente il magistero di questi e di quelli, si potrebbe di nuovo recuperare la prossimità della teologia alla santità e, per essere più precisi, il tenore teologale della teologia stessa. La teologia, difatti, proprio in quanto nutrita della parola di Dio, ha costitutivamente a che fare con il vissuto plasmato dalla fede, dalla speranza e dalla carità e, perciò, ordinariamente e ferialmente, con la santità; ne è una funzione perché aiuta la tematizzazione del rapporto interiore con Dio, talmente immerso questo – quand’è radicale – nel Mistero santo da essere altrimenti confinato nell’ineffabilità. La teologia dà voce all’esperienza spirituale del cristiano, ricavando le figure e le categorie del suo linguaggio precipuamente dalla parola di Dio resasi – verbis gestisque – intelligibile nelle Scritture; così come l’esperienza spirituale di ciascun santo, vissuta come interiorizzazione della parola di Dio, è a sua volta di per sé decifrabile in termini teologici.
    In tale prospettiva si collocano i saggi raccolti e ripubblicati insieme in questo volume, dedicati ad alcune personalità spirituali siciliane, vissute tra Ottocento e Novecento, su cui negli anni scorsi mi sono fermato a riflettere – su riviste specializzate come Ho Theológos, Rassegna di Teologia, Laurentianum, Synaxis o in occasione di numerosi convegni (la cui segnalazione si può rintracciare nei vari capitoli, in alcune note di rimando bibliografico) – da un punto di vista teologico più che agiografico o storico-biografico. Si tratta di spirituali – e in qualche caso anche di intellettuali cattolici – che sono stati originari e che hanno operato nell’arcidiocesi di Monreale: l’arcivescovo di Monreale Benedetto D’Acquisto che fu pure filosofo e teologo, la beata Pina Suriano di Partinico, la serva di Dio suor Maria Rosa Zangara di Partinico, il servo di Dio mons. Giovanni Bacile di Bisacquino. Ma anche di personalità spirituali che operarono solo saltuariamente nell’arcidiocesi monrealese, spostandosi per la maggior parte della loro vita a Palermo, come il beato padre Giacomo Cusmano e sua sorella serva di Dio suor Vincenzina Cusmano, la cui tenuta di famiglia era a San Giuseppe Jato e che a Palermo fondarono il Boccone del Povero. O anche come mons. Turano, prete e docente universitario a Palermo, poi vescovo di Agrigento, che fu il padre spirituale dei due Cusmano. O ancora come il servo di Dio don Pino Puglisi, che fu parroco a Godrano e poi a Palermo e che al duomo di Monreale portava in pellegrinaggio i giovani fucini di cui era assistente spirituale. E come il francescano padre Placido Rivilli, palermitano, che di don Puglisi fu amico e ispiratore. A queste figure si aggiungono, nelle pagine del volume, il cappuccino nisseno servo di Dio Angelico Lipani, che comunque fece il suo noviziato nei conventi di Caccamo e Palermo; il salesiano don Dante Vittorio Forno, di Riesi, che operò alacramente negli anni cinquanta del Novecento anche a Palermo oltre che a Catania e poi in Calabria; le orsoline siciliane della prima metà del Novecento, tra cui spiccano Maria Giglio, iniziatrice nel 1912 dell’Istituto secolare Sant’Angela Merici a Palermo, la sancataldese serva di Dio Marianna Amico Roxas e la mistica Lucia Mangano di San Giovanni La Punta. Le loro vicende, i loro scritti, le loro testimonianze, le testimonianze su di loro registrate durante i processi per la canonizzazione già conclusisi positivamente per alcuni o ancora in progress per altri, sono studiati come aree di documentazione in cui reperire gli elementi utili per ricostruire un vero e proprio discorso sul Dio di cui essi furono amici. Sono cioè assunti come luoghi teologici a cui fare riferimento per riascoltare, in loro e attraverso di loro, il dirsi di Dio.


 
il 18-01-2011 alle 12:55:47 2020 © Chiese di Sicilia - credits