Direttore Responsabile P. Paolo Fiasconaro
Buona sera! Lunedì 03 Agosto Santa Lidia
Oltre
Quello che vi dico nelle tenebre
ditelo nella luce,
e quello che ascoltate all'orecchio
predicatelo sui tetti.

(Matteo 10,27)
In libreria...
Spada a doppio taglio
Menu
Diocesi
 
Centri Regionali

 
 
 
 
 
A mani giunte

Liturgia della Settimana
Liturgia della Settimana
Sei in: homepage / In libreria... / Spada a doppio taglio  
SPADA A DOPPIO TAGLIO
Domande radicali
nella letteratura italiana del Novecento

a cura di Massimo Naro
    La storia letteraria d’Italia è plurisecolare. Essa inizia già nel medioevo con la cosiddetta scuola siciliana e con lo stil novo toscano e si prolunga sino ai nostri giorni con la produzione di importanti autori tradotti e letti nel mondo intero. Abbracciando un vasto arco temporale, essa ha dato un profondo contributo alla formazione dell’attuale identità nazionale e costituisce un tratto significativo e insurrogabile della cultura del nostro Paese.
    Tuttavia, se nei secoli scorsi la produzione letteraria italiana è stata pervasa con evidenza da istanze di tipo religioso, nel Novecento l’attenzione verso tali istanze sembra essersi rarefatta. In realtà, anche nella letteratura contemporanea non manca una spiccata sensibilità – spesso ispirata religiosamente anche se soltanto in termini impliciti – verso le cosiddette domande radicali, vale a dire circa il senso dell’esistenza, sul perché del vivere e del morire, sull’umana sete di verità e di giustizia, sul confronto tra Dio e la sofferenza degli innocenti, sulla destinazione ultima e vera dell’uomo. Negli scritti di tanti autori contemporanei è seminato difatti il tentativo di decifrare l’universo, di capire se esso sia cosmo o caos, salute oppure metastasi, per usare le suggestive parole di scrittori siciliani come Bartolo Cattafi e Gesualdo Bufalino.
    Proprio in riferimento alle domande radicali, la Facoltà Teologica di Sicilia, esprimendosi tramite l’impegno del Centro per lo studio della storia e della cultura di Sicilia cosponsorizzato anche dall’Arciconfraternita di Santa Maria Odigitria dei Siciliani in Roma, ha realizzato, già a partire dal 2002, una ricerca condotta sulla letteratura contemporanea siciliana e italiana, i cui esiti sono via via stati resi noti e discussi in alcune giornate di studio tenutesi – di volta in volta – a Palermo e a Roma, con l’intervento di docenti della stessa Facoltà Teologica di Sicilia, ma anche di altri studiosi, spesso appartenenti al mondo universitario italiano e ad altre istituzioni culturali di alto profilo scientifico come La Civiltà Cattolica. Negli ultimi tre anni questa ricerca ha avuto il forte sostegno del Servizio Nazionale per il Progetto culturale della CEI.
    Dopo aver studiato la tematica delle domande radicali nelle opere di gran parte dei letterati siciliani del Novecento – da Pirandello a Sciascia, da Quasimodo a Bufalino, da Tomasi di Lampedusa a Borgese, da Brancati a D’Arrigo, da Addamo a Samonà, da Bonaviri a Consolo e a tanti altri –, la ricerca si è allargata anche ad alcuni autori italiani significativi in questa medesima prospettiva, come Svevo, Ungaretti, Montale, Betti, Fabbri, Saba, Caproni, Pasolini, Buzzati, Silone, Alvaro, Carlo Levi, Pomilio, Luzi, Tondelli. Stavolta, in questo volume, si studiano le domande radicali di alcuni altri scrittori italiani contemporanei che hanno espresso nelle loro opere, con particolare efficacia, i moti della loro coscienza – problematicamente – credente; e inoltre si studiano le stesse domande radicali in alcuni spirituali italiani che hanno testimoniato la loro esperienza religiosa a mezzo di una scrittura di “qualità letteraria”; insomma: sono presi in considerazione qui gli spirituali che sono stati capaci di scrivere letterariamente (come don Divo Barsotti, Angelina Lanza Damiani, don Primo Mazzolari) e gli intellettuali e i letterati che hanno scritto con la punta dell’anima (come don Giuseppe De Luca, Biagio Marin, Mariaceleste Celi, Cristina Campo, Margherita Guidacci, Fortunato Pasqualino), tenendo a mente che la spiritualità e la poesia non possono poi esser facilmente distinte e men che meno distanziate tra di esse, come testimoniano i versi di autori quali Clemente Rebora e David Maria Turoldo.
    L’espressione neotestamentaria (Eb 4,12)che fa da titolo a queste pagine – spada a doppio taglio – intende esprimere appunto il profilo polare, non scontato, non ovvio, di una letteratura che, interrogandosi seriamente, ospita, anche solo implicitamente, un certo discorso di Dio e si declina, forse solo atematicamente, come discorso su Dio. Si può dare, infatti, la possibilità che le parole umane, persino quelle troppo umane, come insinuava Nietzsche, contengano un inopinato dirsi di Dio. L’uomo in quanto tale, in questo senso, può essere riconosciuto come la grammatica o come la sintassi di Dio nel mondo, secondo i termini usati da teologi come Rahner e Balthasar. E la letteratura, sia quella che parteggia per Dio sia quella che grida contro Dio, la letteratura esplicitamente religiosa ma anche quella ateologica – per rievocare una spigolosa espressione di Giorgio Caproni –, mostra di non poter rimanere senza Dio. Scrivendo su Leopardi, Divo Barsotti ha portato alle estreme conseguenze questa prospettiva, osservando che «il valore ultimo della parola dell’uomo è quello di esser preghiera», cioè «parola rivolta a Dio». E «se la parola è bestemmia non cessa per questo di esser preghiera». Per questo motivo, spiega Barsotti, è necessario – se si vuole davvero capire – ascoltare ogni parola umana con le orecchie di Dio: «Soltanto Dio può ascoltare fino in fondo la parola dell’uomo, perché in definitiva la sua parola è rivolta a Lui solo. Soltanto mettendoci con estrema umiltà al posto di Dio, anche noi possiamo sperare di intenderla più pienamente».

MASSIMO NARO


 
il 18-01-2011 alle 12:55:47 2020 © Chiese di Sicilia - credits