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Fidei Donum: un cammino di 50 anni
EVOLUZIONE STORICA,TEOLOGICA, PASTORALE

    1. Significato della celebrazione

La commemorazione del 50° anniversario della pubblicazione dell’enciclica deve costituire uno spazio di riflessione e di valutazione sul cammino fatto, sui valori, che emergono, per aprire prospettive future. Non si può ridurre questo evento alla sola celebrazione, perché sarebbe segno di una volontà di appiattimento su ciò che si è e si fa.
Con la Chiesa siamo chiamati a rinnovarci e riformarci continuamente. Si tratta di leggere la nostra storia nella prospettiva di un cambiamento in continuità.
C’è un’esigenza di riattualizzare, nella contemporaneità, il nucleo fondamentale di ispirazione e di valori, per cui sono sorti i Fidei Donum. Cosa non facile, perché non si tratta di operare una giustapposizione tra l’esperienza fatta e le spinte nuove. Si tratta in realtà di ripensare questa modalità di impegno missionario, partendo dalla complessa problematica dell’evangelizzazione nel mondo di oggi, inserita nel contesto di questa Chiesa del 2000 e delle trasformazioni epocali in atto.
La storia dei FD contiene in filigrana le vicissitudine storiche, teologiche e di prassi della missione. Come singoli e istituzione abbiamo partecipato alle trasformazioni, avvenute in questo secolo passato, e da un angolo privilegiato. La missione ci pone in una situazione che noi amiamo chiamare di frontiera, sia geografica sia antropologica. Siamo stati e siamo, con tutto il mondo missionario oggi, gli interpreti dei cambiamenti e delle esigenze sia ecclesiali sia sociali. Non ci troviamo di casa in nessuna parte. Spiriti inquieti, che non si accontentano di gestire l’esistente, ma sempre in cammino per realizzare il Regno di Dio che è la forza dinamica e il fine della storia umana.
La missione ci pone di fatto in mezzo al dramma concreto dell’umanità, a cui deve essere annunciata la novità del Regno di Dio e in cui deve realizzarsi la società alternativa, secondo gli imperativi radicali del Vangelo. E’ una missione in fieri, non solo perché l’evangelizzazione durerà quanto il tempo della Chiesa, ma anche perché essa non sopporta metodi e regole fisse. E’ costantemente aperta alle indicazioni dello Spirito e al contesto storico dei gruppi umani. Essa è creatività continua, è soggetta a revisione di mentalità e di metodologie, a rinnovamento.
Mi propongo di seguire il cammino bello e talvolta sofferto di questi 50 anni, che hanno visto una trasformazione dei paradigmi dell’attività di evangelizzazione e la nascita di nuovi modelli ecclesiologici.
Sotto certi aspetti ci troviamo in posizione ottimale: i Fidei Donum non fanno capo ad un fondatore, ad un capo di cui reinterpretare il carisma specifico. Essi sono sorti per le spinte ecclesiologiche universali, e in presenza dei bisogni dell’umanità, di quelli economici e sociali. All’entusiasmo degli inizi ci si offre quindi l’occasione di una riflessione serena e matura, perché carica di esperienza e di creatività apostolica. La missione della Chiesa va al di là e oltre noi stessi. Se vogliamo rimettersi nella dinamica del rinnovamento, non possiamo limitarci a guardare solo al nostro specifico. Dobbiamo andare oltre le analisi domestiche, allargare gli orizzonti e aspirazioni alla chiesa dello Spirito, alla società, al mondo. Dobbiamo riprendere il coraggio di osare.

    2. RILETTURA DEL CAMMINO

Non sono io la persona più adatta a ripercorrere il cammino storico dei FD. Lo possono fare meglio e con più verità e passione quelli che in diversi modi vi hanno preso parte attiva o in diverso modo vi sono stati coinvolti. La storia non è solo questione di numeri e di realizzazioni, ma di spinte ideali, e di progettualità, anche se non ancora pienamente realizzate. Cercherò di mettere in rilievo le fasi di questo tragitto, che, credo, presenta dei tratti comuni riscontrabili nelle altre chiese.


2. 1. Emergenza Africa: Fidei Donum della prima ora

Il quadro dell’Africa descritto dalla Fidei Donum è preoccupante e sfidante: E’ un continente in ebollizione, in cui vengono predetti con lungimiranza gli sviluppi destinati a segnare il futuro assetto politico, sociale, culturale e religioso del Continente. Nazionalismi dei vari paesi come reazione al periodo di colonialismo, tecnologia invadente, distruzione dei valori culturali e religiosi tradizionali, una chiara e persistente propaganda atea, un proselitismo febbrile delle diverse confessioni cristiane e non, si contendono il campo per ridisegnare la forma dell’Africa. E’ un momento delicato e decisivo. “Vi è in questo, per l’avvenire cattolico dell’Africa, un motivo di serie preoccupazioni.” . Pio XII chiama tutta la Chiesa ad un rinnovato spirito missionario, che ha gli accenti della modernità: i vescovi, i primi responsabili dell’evangelizzazione, che devono curare le vocazioni missionarie: sacerdoti, religiosi e religiose, i laici, volontariato nazionale e internazionale, la equa distribuzione del clero, chiedendo ai vescovi di dare in proporzione dei loro mezzi, e si appella all’unità e alla cattolicità della Chiesa, la cura dei giovani africani che arrivano nelle nostre chiese. E infine accenna “ad un altra forma di aiuto scambievole, adottato da alcuni vescovi, che autorizzano l’uno e l’altro dei loro sacerdoti a partire, per un certo limite di tempo, a disposizione degli Ordinari d’Africa”. Incoraggia siffatte iniziative.
La Fidei Donum contiene in nuce e con linguaggio attuale tutti gli sviluppi teologici e missiologici che saranno ripresi dal Vaticano II e nella ulteriore riflessione postconciliare. Vi sono tutte le componenti. E’ stato un momento di grazia concesso dallo Spirito alla Chiesa che essa, fra tutti gli elementi elencati, ha preso in particolare considerazione l’appello fatto ai vescovi di dare sacerdoti diocesani per l’Africa e per tutta la Chiesa, che deve evangelizzare alle frontiere geografiche. Ma essa determina e ha determinato anche nei contenuti lo sviluppo dell’impegno dei FD nel campo dell’evangelizzazione in tutti i continenti.
I sacerdoti già partiti a titolo personale vengono ribattezzati preti FD; altri rispondono all’appello lanciato, ma a titolo personale.
Però queste partenze mettono in questione la Chiesa particolare circa la sua responsabilità missionaria. Creano le condizioni perché il problema delle missioni divenga parte dell’agenda del dibattito e della riflessione ecclesiale.


2. 2 Provocazioni Del Vaticano II

L’illuminismo, il modernismo di inizio secolo, il marxismo, il nazionalsocialismo, le due guerre mondiali, che avevano messo gli uni contro gli altri i popoli cristiani, la soluzione finale degli ebrei con il genocidio, avevano tolto credibilità al messaggio di Cristo, e quindi alla missione della Chiesa nel mondo. Il distacco della società dalla Chiesa, che Paolo VI denominerà come frattura della cultura e Vangelo e il rigetto del cristianesimo da parte dei popoli colonizzati, in fermento di indipendenza sono i segni indicatori di crisi e di fermenti nuovi.
La fede cristiana e quindi la missione si sono trovate e tuttora si trovano di fronte ad un mondo fondamentalmente diverso da quello del passato, e quindi di fronte a sfide del tutto inaudite. Viviamo in un’epoca di transizione, nella linea di confine tra un paradigma della missione non più soddisfacente e uno che rimane in larga misura ampio ed opaco. Il nostro è un tempo in cui si accalcano risposte differenti, in cui molte voci reclamano attenzione. Il mondo missionario, più degli altri settori della Chiesa, si è trovato spiazzato di fronte alla riflessione attuata dal Concilio che ha innescato un dinamismo di trasformazione in tutti i settori della vita e prassi pastorale. L’intero mistero cristiano è stato soggetto a miglior e approfondito discernimento. Non esito ad affermare che il Vaticano II ha fatto una globale operazione di inculturare la storia della Salvezza, di cui Cristo è il punto centrale, nel contemporaneo. Non credo di sbagliare nel servirmi di una categoria presa in prestito dalla attività di evangelizzazione, perchè scopo principale di questa Assise Universale fu come rendere all’uomo di oggi comprensibile il mistero cristiano e più autentica la missione della Chiesa nel mondo. Il che fu plasticamente focalizzato ed espresso da Paolo VI alla ripresa del Concilio con l’interrogativo che rivolse alla Chiesa. “Tu Chiesa, cosa dici di te stessa ?” e, anni dopo, nell’Evangelii Nuntiandi: “Che n’è dell’energia nascosta del Vangelo?”
Ma probabilmente è corretto affermare che siamo giunti ad un punto in cui è ormai indubbio che i due maggiori problemi irrisolti della chiesa e missione cristiana sono il rapporto con le visioni del mondo che offrono una salvezza mondana, e con le altre fedi.

2. 3 Chiesa

E’ dalla migliore e più approfondita comprensione di Cristo e del mistero della chiesa, che si mette in moto un dinamismo che tocca la struttura e la missione del popolo di Dio.
La chiesa si riscopre mediatrice di Salvezza, perché, per una non debole analogia con il Verbo incarnato, è strumento della comunione di Dio con l’umanità. La sua è la continuazione della Missio Dei. Strumento con Cristo del Padre, nella potenza dello Spirito Santo, vive, testimonia e trasmette la memoria di Gesù di Nazaret, il predicatore e il realizzatore del Regno di Dio, cioè del progetto di Dio sull’umanità. Essa stessa è convocata dalle genti, (ekklesia) per essere inviata alle genti, cosciente che lo Spirito di Dio opera comunque nell’umanità. In questo contesto, essa è il nucleo germinale della salvezza donata, è anticipazione concreta e visibile della novità che Dio riserva a tutta l’umanità, è la chiamata alla piena comunione con Dio già realizzata attorno all’umanità di Gesù di Nazaret. Essa è in funzione e in vista della missione messianica di Cristo, che deve consegnare l’umanità al Padre, tutta riconciliata, secondo quanto prevedono le Scritture. E’ altresì segno e strumento di comunione tra i popoli, le loro religioni e culture. Essa è necessaria, ma provvisoria come nucleo, come distinzione, come separazione. Il completamento della Missio Dei segnerà anche la scomparsa della chiesa. Perché Dio sarà tutto in tutti.
Comunione per la missione, è il paradigma ecclesiale della missione oggi, al momento attuale il più autentico e comprensivo. E’ partendo da esso che la missio ad Gentes dovrà svilupparsi. E’ questo che ha permesso il rientro delle missioni nella missione, e il rientro della missione nella ecclesiologia (RM). In questo contesto ogni chiesa locale è pienamente responsabile della missione evangelizzatrice, che è un’attività autenticamente ecclesiale, che non può in nessun modo essere più delegata agli addetti ai lavori. Anzi essa si pone non più a senso unico, di una chiesa che invia ed un’altra che riceve, ma essa è meglio definita e realizzata come comunione tra le Chiese per la missione.

2. 4 L’altra rivoluzione copernicana è il riconoscimento della dignità vocazionale di tutto il popolo di Dio e della corresponsabilità della missione. E’ chiaro che nei nuovi modelli ecclesiologici, specialmente quello di comunione, che si è imposto, si passa dalla collaborazione e supplenza all’assunzione di piena responsabilità della missione secondo lo stato di vita e il carisma d’ogni battezzato. Ecco perché il Concilio afferma che unica è la dignità dei membri, comune la grazia di figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una sola speranza e indivisa carità. (LG. 32). Il loro apostolato è partecipazione alla missione salvifica della Chiesa, cui sono destinati da Cristo stesso. Ogni laico è insieme testimone e vivo strumento della stessa missione della Chiesa “secondo la misura con cui Cristo gli ha dato il suo dono” (Ef. 4,7) (LG. n. 33). E’ una chiamata diretta di Cristo alla corresponsabilità della missione, nella molteplicità dei doni dello Spirito.

E’ la comunità cristiana il luogo dove lo Spirito si manifesta (1 Cor. 14) con una ricchezza di carismi. E’ lo Spirito che dà la responsabilità autorevole alla missione. E’ lo Spirito che rende efficaci i ministeri necessari alla missione, li unisce, li ordina, e li preserva.
I carismi devono essere compresi come segni concreti ed efficaci della carità di Cristo e attraverso cui l’unico Spirito dona ad ogni fedele la chiamata e la responsabilità della missione, nel processo della nuova creazione, cui tende tutta l’attività della Chiesa. Essi sono molteplici come ricca e molteplice sarà la nuova creazione. Per cui essi non possono essere limitati e fissati una volta per sempre.
Ogni membro della comunità è dotato di carismi e di ministeri non solo quando è insieme alla comunità, ma anche quando è disperso nel mondo. La chiamata e la responsabilità della missione è per tutti, non è legata al sesso, allo stato di vita, perché essa pone la situazione particolare della persona al servizio del Regno di Dio. Ognuno deve portare alla Chiesa e all’edificazione del Regno di Dio ogni cosa che ha e quanto può fare. Ogni capacità e potenzialità umana possono essere messe al servizio del ministero se sono usate in Cristo.
Se la Chiesa perde di vista la missione, la diversità dei ministeri e l’unità della comunità ministeriale non hanno più giustificazione e si perdono. Si cade in un’immagine e in una pratica di chiesa clericale, in cui i fedeli diventano apatici e passivi. La chiesa riconoscerà effettivamente la componente laicale e la sua vocazione missionaria – ministeriale, solo se è aperta alla missione. E’ sulla missione che la ministerialità dei laici sta o cade.

2. 5 Mondo

L’altro pilastro della riflessione conciliare è stata la necessità della lettura dei segni dei tempi, cioè la storia dell’umanità, che è luogo teologico della interpretazione e realizzazione del Regno di Dio.
E’ su questo punto che c’è stata una vera rivoluzione di mentalità nella chiesa, di cui la Gaudium et Spes è stata il punto di non ritorno. Lì è stata sanata la dicotomia insanabile più che millenaria tra Regno di Dio e storia umana, tra chiesa e società, tra religione e cultura, gettando le basi di un armonico e salvifico rapporto di salvezza integrale.
Il mondo è oggetto di amore da parte del Padre. Egli vi continua ad operare tramite lo Spirito Santo, che è lo Spirito di Cristo, e conduce tutte le cose e gli uomini alla comunione con Padre, anche al di fuori della trasmissione visibile che la chiesa fa di Gesù di Nazaret. Religioni, culture, società, sono mosse dallo Spirito, e sono suo frutto, quando esse rispondono alle sua azione. La chiesa, nello svolgimento della sua azione, non opera su una tabula rasa, ma deve riconoscere l’opera che ha già fatto lo Spirito, che la precede. La chiesa si inserisce allora nella vicenda dell’umanità, ne condivide la sorte, lavorando allo sviluppo umano. Ma allo stesso tempo, essa è il fermento critico, quella che dà senso a tutta la realtà, in ordine e in vista del Regno di Dio, denunciando la hybris umana, con tutte le deviazioni che comporta.
Costruisce l’umanità sui fondamenti delle beatitudini, la carta costituzionale programmatica del Regno, per la quale l’umanità deve diventare quello che l’amore salvifico del Padre ha ideato e vuole.
Scende perciò alle radici della umanità, si china su quella più sofferente, più oppressa ed emarginata, per annunciare che in Cristo il Regno di Dio è venuto. Si assume il ministero della riconciliazione universale, per la comunione di tutti tra loro e con Dio. In questo, in quanto vive e testimonia una contro-cultura, essa sta bene dovunque, ma non trova in nessun posto, nazione e cultura la propria casa definitiva. E’ sempre critica e dialettica la sua posizione. E’ l’era dei martiri per la giustizia del Regno.

2. 6 Per un Metodo Moderno di Evangelizzazione

Sono sicuro che l’autocomprensione della chiesa e l’attuale fase della storia dell’umanità, anche se problematiche, sono ricche ed entusiasmanti. Per questo la missione non è solo un dovere da compiere, ma una sfida che può liberare e aggregare nuove energie.
Ma si richiede assolutamente una conversione :
Dalla mentalità di una missione compiuta, eurocentrica, ad una dinamica del piccolo gregge, fermento del Regno di Dio.
Da una salvezza intesa esclusivamente in senso spirituale ad una salvezza integrale.
Dalla situazione di “missioni” a quella di missione e di comunione tra le chiese chiese
Dalle strutture alla missione nella potenza dello Spirito
Da un paradigma istituzionalizzato del fare, alla poiesis, creatività.
Da una missione dai connotati generalmente universali (metodologia valida sotto tutti i cieli) ad una contestualizzata.

E’ nel clima di queste trasformazioni e rinnovamento che si sviluppano i FD, la cui storia si intreccia e spesso genera il cammino missionario della Chiesa Italiana.

3. Dall’Africa, all’America Latina, all’Asia

Ben presto si amplia il campo di impegno dei FD. Sorti per la chiamata ad un’emergenza, i sacerdoti prendono coscienza che la missione è parte integrante del loro ministero presbiterale, perché essi sono ordinati non solo per la diocesi, ma per il mondo intero. La missione in altre chiese, ai confini antropologici e geografici è iscritta nel loro DNA. E’ la fase in cui la Chiesa italiana passa dalla semplice cooperazione missionaria all’effettiva opera d’evangelizzazione, con le attività di animazione, formazione e invio. Il campo della missione diviene il mondo.
Ci si orienta verso una cooperazione con le Chiese dell’America Latina, a causa della scarsità di clero e la profonda crisi delle situazioni economico-socio-politiche, e la creatività di quelle chiese sottoposte a persecuzione. S’impone la necessità di istituire un Centro di Formazione, e di stage per coloro che si preparano ad immettersi in nuove culture, nuove esperienze di Chiese. (CEIAL). Sorge effettivamente una coscienza missionaria nelle varie diocesi, che in diverse modalità (gemellaggi, joint venture con Istituti missionari) si rendono presenti nei territori di missione. Ma si fa sempre più strada la consapevolezza che coloro che partono, devono essere l’espressione concreta della missionarietà della comunità che li invia. E’ in nome della comunità che essi vogliono andare ad altre chiese per un comune progetto missionario. Questo è espressamente richiesto dai sacerdoti al loro presbiterio e alle loro comunità. Ed è questa connotazione che diviene l’elemento che differenzia i missionari degli Istituti e FD.
Diventano così veramente promotori di missionarietà delle loro chiese e spingono le stesse conferenze episcopali a delineare gli orientamenti pastorali sotto l’ottica della evangelizzazione come Cooperazione missionaria tra le Chiese. Il cambiamento di terminologia – Missio, seguito dalla denominazione della nazione, indica l’assunzione di responsabilità delle varie chiese nazionali alla missione universale.
L’evangelizzazione diviene il punto centrale e strategico per un rinnovamento degli stessi metodi pastorali, necessari per la maturazione delle comunità cristiane e per affrontare le sfide che le vengono dalle trasformazioni culturali della società. Essa è definita il paradigma di tutta l’attività pastorale.
La diocesi e la parrocchia sono ormai concepite e definite in termini missionari. Il primo annuncio è necessario anche sul proprio territorio, con tutte le attività connesse, quali la promozione umana, il dialogo interreligioso e lo scambio tra le varie chiese particolari. E’ un cammino faticoso, anche perché coincide con una diminuzione inarrestabile delle vocazioni presbiterali e religiose e con una conversione pastorale ancora lenta e in itinere.

4. Ridefinizione e Riconfigurazione della figura Fidei Donum

E’ nel contesto dei nuovi parametri ecclesiologici e della più adeguata realtà dell’attività di evangelizzazione che deve essere riconsiderata e definita la figura del FD. Al momento attuale vi sono alcuni elementi che sono 1. ridefinibili, 2. costitutivi della missione, quindi comuni a tutti.

4.1. ad tempus: elemento ridefinibile

Prete FD ha acquisito una valenza semantica tradizionale. E’è un prete (ora anche un laico) che per generosità consacra un periodo della sua vita ministeriale alla missione fuori dalla propria chiesa, dal proprio paese, dalla propria cultura. Ritornato poi nella sua chiesa di origine, continua il suo ministero ordinario.
Sembra che l’elemento che lo specifichi a e lo determini sia il tempo, come elemento differenziatore dai missionari ad vitam. Questa comprensione parziale non è priva di conseguenze.
Prima di tutto quest’impegno può nella considerazione di molti essere giudicato come una parentesi bella ed entusiastica della vita presbiterale, e non oltre. Può ingenerare anche (cosa che difficilmente capita in chi ha fatto la missione) la convinzione che, finito l’impegno direttamente sul campo, il FD abbia come quasi suo esclusivo interesse il lavoro pastorale che gli viene assegnato. Questo purtroppo è una triste costatazione di quanto è avvenuto per molti FD che, tornati dalla missione, non sono stati valorizzati per il bagaglio di esperienza che avevano fatto, o sono restati delusi dalla stessa esperienza fatta. Ma l’”Ad Tempus” come unico elemento caratterizzante il FD è deleterio. In esso non v’è un accenno, non è inclusa, voglio dire, la radicalità della dimensione e vocazione missionaria del presbitero, una deficienza grave, se si tiene conto che essa è connaturale ai vescovi, ai presbiteri e al laicato, da realizzare secondo i ministeri e i doni di ognuno. C’è oggi la necessità di ricomprendere e di ridefinire in maniera più vera e completa il FD secondo lo sviluppo ecclesiologico e la stessa attività di evangelizzazione, nei suoi luoghi, ambiti e metodologie.
L’evangelizzazione è dovere primario e inderogabile di ogni chiesa, a cui essa non può sottrarsi, se è vero che la Chiesa per sua natura è missionaria. Essa giustifica lo stesso essere della Chiesa, che esiste per proclamare il Vangelo a tutte le creature, fin quando Egli verrà. E’ una missione che chiama in causa tutto il corpo di Cristo in tutte le sue membra, e ognuno nella modalità ministeriale secondo i carismi donati dallo Spirito. Se non vogliamo che il Vaticano II con tutta la riflessione conseguente si riduca solamente all’enunciazione di bei principi, dobbiamo ritenere veramente cosa seria che i vescovi sono i primi responsabili dell’attività missionaria, e che i presbiteri sono, in collaborazione con il vescovo, pastori in quanto evangelizzatori. Il riconoscimento dello stato di missionarietà del popolo di Dio, e specialmente di coloro che hanno il ministero del governo e della cura pastorale, non può essere qualificata come la dimensione missionaria ad tempus.
L’altro elemento che rende improprio il termine tempus è la stessa concezione dell’evangelizzazione, che è definita non solamente da criteri geografici, ma antropologici, culturali, sociali. Si evangelizza dovunque Cristo e il Vangelo non sono conosciuti, o non sono più il punto di riferimento dell’uomo e della società, o non illuminano e riscattano le situazioni oscure e irredente. Bisogna che ancora ci rifacciamo alla descrizione dell’evangelizzazione che ne ha dato Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi 16-18.
Il Fidei Donum esprime la responsabilità missionaria della chiesa particolare nella modalità di cooperazione missionaria tra le chiese.

4.2. Elementi costitutivi della missione ad extra

Un altro elemento su cui si è insistito per caratterizzare o meglio distinguere i FD dai membri di Istituti Missionari è la dichiarata ecclesialità, l’essere espressione missionaria di una chiesa particolare a servizio di chiese sorelle per l’evangelizzazione, in un contesto di comunione e cooperazione. L’aver posto l’accento su questo aspetto essenziale è certamente un valore sommo, che si inquadra nell’ecclesiologia di comunione, frutto del Vaticano II. Però questa in realtà è una caratteristica ed una condizione per tutti, Istituti Missionari compresi. Anzi posso affermare che essa ha costituito per gli Istituti missionari un’istanza che ha anticipato decenni addietro la riflessione conciliare, di cui essi sono stati promotori. La loro attività di animazione missionaria nei paesi di origine ha teso e tende a rendere le comunità cristiane non solo partecipi, ma protagoniste della missio ad Gentes.”Tutta la chiesa per tutto il mondo”. La stessa insofferenza dei missionari che talvolta denunciano le chiese locali di essere troppo rinchiuse in se stesse non è altro che il desiderio di vederle assumere in pieno la loro responsabilità evangelizzatrice. Sul versante delle chiese di invio, tutte le forze missionarie cooperano per la progettualità pastorale missionaria, sotto la guida del vescovo e in comunione con il presbiterio.
La nota di ecclesialità è essenziale a tutti. Il merito dei FD sta nel fatto che i vescovi delle chiese particolari sono stati chiamati per la prima volta direttamente in causa perchè la loro responsabilità da collettiva, e diciamo impersonale, diventasse personale perché coinvolti i membri del presbiterio della propria diocesi. Sono stati sollecitati, spinti ed educati alla missione dai loro preti che hanno dato un segno effettivo di partecipazione alla missione universale. Allo stesso modo la stessa comunità cattolica affettivamente si è sentita interpellata dal progetto o progetti missionari diocesani, realizzando innumerevoli iniziative di preghiera, di animazione, di sostegno economico a quanto i loro preti facevano in missione.

4.3. Elementi specifici

Credo dopo 50 anni, si può dare una fisionomia più specifica a questa vocazione missionaria. Non si tratta di rivendicare un’originalità in contrapposizione alle altre numerose forze missionarie, ma di un’identità del FD da ricreare alla luce dello sviluppo ecclesiologico della missione e dell’esperienze missionarie che essi stessi hanno fatto nelle chiese.
Elemento fondante resta la comunione e cooperazione tra le Chiese per la missione, assurto a principio e ratificato nella Redemptoris Missio. “In un mondo che con il crollare delle distanze si fa sempre più piccolo, le comunità ecclesiali devono collegarsi tra di loro, scambiarsi energie e mezzi, impegnarsi insieme nell’unica e comune missione di annunziare e vivere il Vangelo…Le chiese cosiddette giovani hanno bisogno della forza di quelle antiche, mentre queste hanno bisogno della testimonianza e della spinta delle più giovani, in modo che le singole chiese attingano dalla ricchezza delle altre” (Rmi 62; 85). “I presbiteri Fidei Donum evidenziano in modo singolare il vincolo di comunione tra le chiese, danno un prezioso apporto alla crescita di comunità ecclesiali bisognose, mentre attingono da esse freschezza e vitalità di fede” (ibid. 69).
Se si riflette bene, qui viene data una concretizzazione, necessaria specialmente in questo processo di globalizzazione, del principio “La Chiesa per sua natura è missionaria”. Sono direttamente chiamate in causa le varie chiese, che devono essere come dei vasi comunicanti, tutte protese per l’evangelizzazione, là dove questa si rende urgente e necessaria, scambiandosi personale e mezzi perché ogni chiesa venga messa in condizione di assolvere al mandato di Cristo. L’affare missionario è un affare di tutte le chiese, di ogni comunità. Questo è il significato della terminologia in atto di comunione e corresponsabilità della missione. I FD allora sono veramente non solo espressione, ma la concretizzazione pratica della missione universale attuata nella specificità della corresponsabilità comune delle Chiese. Sarebbe come minimo un controsenso oggi un FD che non si sentisse e operasse in questa dinamica.
Non basta solo mettersi al servizio della chiesa, cui si è inviati. Questo lo fanno tutti, se non altro per gli attuali ordinamenti canonici I punti che richiedono un’ulteriore considerazione sono i seguenti:
1. quali tipi di presenza e di attività sono più appropriati per i FD nella chiesa di invio;
2. come continuare ad esprimere e realizzare la missione universale e la comunione nella propria chiesa locale.


Non voglio assolutamente limitare la creatività e la libertà apostolica di nessuno. Ma vorrei tentare solo di dare una risposta a quanto si chiedeva continuamente il direttore nazionale della Cooperazione missionaria della Chiesa in un viaggio che facemmo nel Sud Est asiatico.
I FD sono membri di una chiesa che coopera con un’altra chiesa per l’attività missionaria. Sono in realtà due entità che non si rifanno a nessun carisma specifico, particolare, ma dialogano e collaborano in quanto chiese di Dio, come parti del popolo di Dio, in tutta la loro ampiezza e interezza, ai fini dell’evangelizzazione,che è loro missione primaria e obbligatoria. La loro cooperazione va vista nel quadro di tutto ciò che è stato indicato dal magistero in questi decenni: la RH, la Postquam Apostoli, la Christifideles Laici, e le indicazioni particolari della Chiesa italiana, che hanno esplicitato la Figura del FD.
Se l’attività missionaria è essenzialmente ecclesiale, questo vale specialmente per i FD. A loro specificamente è richiesto di rendere più visibile e attuabile la interdipendenza tra cura pastorale, catechesi e Missio ad Gentes. A loro forse compete di più, in comunione con il presbiterio locale, formare cristianamente le chiese locali, perché siano messe in condizioni di svolgere il mandato missionario. Qui si apre un campo vasto di azione. Contributi alla formazione di un autentico presbiterio, che impari ad utilizzare le strutture di comunione e di corresponsabilità, formazione permanente del clero, formazione dei laici, formazione del clero locale, fantasia e creatività nella sperimentazione pastorale, percorsi di catechesi mirata, animazione giovanile, animazione vocazionale, l’uso dei soldi e funzionalità delle strutture ecclesiastiche, carità pastorale in breve sono aree del loro impegno. In questo, senza trasposizione di formule della loro chiesa d’origine, possono portare la ricchezza, i tentativi e la stessa problematica che essi stessi hanno vissuto nelle loro diocesi. Senza dimenticare che la loro presenza, lontani dal loro ambiente culturale ed ecclesiale, è certamente una testimonianza preziosa di una disponibilità effettiva per il Regno di Dio.
Mentre sarebbe più confacente a colui che ha scelto di partire per tutta la vita unicamente per l’Ad Gentes in nome e in grazia di un carisma specifica, l’andare oltre, senza divenire pastore a vita delle comunità che egli a contribuito a far sorgere. Qui essi stessi, e parlo degli Istituti Missionari con carisma esclusivamente missionario, devono rivedere le condizioni della loro presenza e del loro lavoro. La Chiesa non è un corpo o organismo amorfo e indistinto, in cui tutti fanno tutto. Purtroppo il pericolo è reale. E’ quanto già denunciava il P. Manna, che non accettava la situazione di missionari che erano intenti alla cura pastorale delle comunità, divenendo parroci a vita. Non era quanto era richiesto a chi è chiamato a fare altre cose nella Chiesa di Dio. Se così fosse, egli diceva, non basterebbero migliaia e migliaia di missionari, che sarebbero dei parroci imprestati all’estero.
Non si tratta in questo caso di essere più o meno pionieri: ma di un servizio che, come comunità missionaria, siamo chiamati a compiere per l’edificazione del Regno di Dio, ognuno secondo i doni conferiti dallo Spirito. Non si tratta, voglio dire, di avanguardia e di retrovie, ma di servi del Vangelo e della comunità, che insieme, come corpo di Cristo, attraverso la liturgia, la koinonia, la diaconia e la proclamazione svolge il suo mandato missionario.
Nel loro lavoro i FD si devono fare testimoni di come vivere la carità pastorale, che deve divenire fonte di spiritualità del prete diocesano, chiamato ad essere punto di riferimento e copia convincente di Cristo Pastore dei fedeli.

4.4 Spiritualita’ Diocesana


E’ nell’esercizio ministeriale che il FD deve trovare la sua spiritualità specifica. L’essere preti diocesani non ci dispensa dall’osservanza dei consigli evangelici. Diceva il P. Manna ai suoi missionari, che non sono legati da voti: “Il fatto che noi, per sapientissimi motivi, apparteniamo ad una società di sacerdoti e laici non legati da voti, non ci deve illudere sul grado di santità a cui dobbiamo aspirare. Non confondete perfezione evangelica con stato religioso. Non la condizione di religiosi, non i voti, ma qualcosa di ben più elevato ed essenziale ci costringe ad essere perfettissimi imitatori delle virtù e delle perfezioni di Cristo, e questo è il nostro Sacerdozio e la chiamata al divino Apostolato”. Il nostro Fondatore, da cui trarre forza, ispirazione, è Cristo Sacerdote ed evangelizzatore.
Non è nella potenza dei mezzi e delle opere, che comunichiamo la Buona Novella, ma imitazione di Cristo Sacerdote e vittima, e nella sequela di Cristo evangelizzatore.
E’ nella complessa cura pastorale, con i vincoli di comunione con il vescovo, i presbiteri e tutta il Corpo dei fedeli, che viviamo e testimoniamo Cristo e il suo amore per tutti i fratelli e sorelle di questa umanità. I FD devono coltivare in maniera più stretta e obbligante la comunione in termini spirituali e operativi con la chiesa locale. Non sta a me dire quali aspetti debbano essere privilegiati, e quali debbano essere corretti, perché appaia sempre più chiaramente che i FD si inseriscono come fratelli che umilmente cooperano con altre chiese.
Devono altresì attingere dalla freschezza di queste chiese, mancanti di mezzi, talvolta immature, ma aperte alla novità dello Spirito, che le forma attraverso i vari carismi che suscita, e le conduce ad essere mediatrici di salvezza delle comunità umane con le loro culture e sensibilità religiose.

Ma ai FD in maniera particolare è dato oggi il compito di rendere effettiva la reciprocità tra le chiese per la comune missione. Da decenni continuiamo a proclamare che vi debba essere una osmosi di mezzi e personale tra le Chiese per un arricchimento comune. Non so se siamo riusciti a mettere in atto veramente qualcosa di significativo. Ma quello che impedisce questa che io chiamo svolta, è ancora quell’atteggiamento ambiguo, che da una parte ci fa vedere le necessità impellenti nelle chiese in cui lavoriamo, dall’altra praticamente siamo indotti a vedere solamente le deficienze in esse, senza dare il giusto risalto alle ricchezze delle comunità per le quali lavoriamo. I campi della cura pastorale, della formazione iniziale e permanente, della evangelizzazione, dell’impegno dei laici potrebbero riacquistare vitalità inaudite.

4.5 FD e Chiesa d’origine

La missionarietà non può essere una parentesi bella del proprio ministero presbiterale. Essendo una dimensione connaturale al presbiterato, essa deve esprimersi anche nella propria comunità cristiana, da cui il FD si è allontanato per servire il Vangelo in altre chiese. D’altra parte, il fatto che l’annuncio del Regno, e quindi l’evangelizzazione, non è più commisurabile secondo le barriere geografiche o culturali, ma è urgente e necessaria dovunque i gruppi umani non hanno conosciuto o non fanno più riferimento a Cristo e alla Chiesa, impone ai FD in particolare di restare sulla linea missionaria. Essi sono in migliore condizione di altri, perché hanno sperimentato sulla loro pelle le fatiche dell’evangelizzazione in culture e sensibilità religiose diverse, a cui hanno dato delle risposte insieme con altro presbiterio, secondo diversi orientamenti pastorali. Hanno imparato una metodologia di approccio, hanno contribuito a designare percorsi catechetici, hanno istituiti nuovi ministeri.
I missionari a vita, quando rientrano, servono ancora alla causa missionaria. Felici quelli che sono impiegati per l’animazione missionaria delle comunità cristiane, o per la formazione di altri missionari. Meno felice chi è destinato a servizi interni degli Istituti. Pure tutti continuano ad essere nel giro della missione.
Per i FD purtroppo tante volte la struttura non li favorisce. E’ in ogni caso un problema che deve essere affrontato.
Però resta ai FD di continuare la loro azione evangelizzatrice. La dimensione universale della missione dovrebbe continuare a stimolarli nell’azione pastorale, che ha il suo paradigma nella missio ad Gentes, ed è la condizione per qualunque rinnovamento pastorale. Devono essere pastori evangelizzatori, che rendono le loro comunità missionarie, con l’animazione, ma molto più con una formazione continua, sistematica, in cui sono implicate sacramenti, catechesi, attività pastorali, promozione umana, dialogo ecumenico e interculturale. Qui non c’è bisogno di nessuna autorizzazione. Questo dovrebbe portare a quell’osmosi di valori che non è mai una giustapposizione né una trasposizione.

5. PROSPETTIVE

5.1. Una proposta.


Azzardo qualche ipotesi di lavoro, che non so fino a che punto sia “saggia” e sia veramente più utile ed efficace per voi e per le chiese da cui siete stati inviati. Potete anche non tenerne conto, se esse le giudicate fuori posto, irrealizzabili, e magari, come qualcuno può pensare, snaturano la stessa ispirazione originaria dei FD.
La proposta che avanzo si pone, o si vorrebbe porre, negli orientamenti e strutture missionarie che le chiese si sono date. Le Chiese in Europa si sono date una struttura centrale, che è l’organismo unico di cooperazione missionaria tra le Chiese. Sarà sempre di più un mezzo unificante cui spetta il compito di coordinare e sintetizzare tutto il fatto missionario. Non intende tentazione usurpare o annullare i carismi specifici dei vari soggetti missionari, ma di farne una voce sinfonica, in cui ognuna si intoni con le altre. Credo che spetti alle Chiese il compito di fare proposte di pianificazione e programmazione, come lo fa per tutti gli altri i settori della pastorale. Ciò che fino ad oggi è venuta a mancare è una concreta coordinazione per il miglior impiego delle forze missionarie.
Non sarebbe più funzionale ed efficace ai fini della missione ad extra e per una equa cooperazione tra le Chiese, che le Conferenze Episcopali fossero loro stesse le interlocutrici con le chiese sorelle di altri paesi? Viene forse meno così la diretta responsabilità missionaria delle diocesi? ? Non dobbiamo pensare solo a quelle diocesi che hanno decine e decine di FD, ma alle molte altre che hanno uno-due FD che sono costretti a restare a vita nelle missioni, da soli, attorno a cui si concentra tutta l’animazione missionaria della diocesi. In questa maniera, i FD avrebbero anche una voce influente negli orientamenti dell’attività missionaria, che le Conferenze episcopali propongono.
E questo anche in vista di una migliore organizzazione, che implica essenzialmente l’accompagnamento, la formazione e la stessa realizzazione della missione.
Un altro punto essenziale è che la Chiesa, anche quella particolare, è l’intero Popolo di Dio, che di natura sua è missionario. La dimensione e la chiamata missionaria è di tutti. Va esteso allora la modalità FD anche ai laici, che non possono essere considerati solo collaboratori, ma veri agenti della missione, nel carisma e ministeri specifici, che hanno. Non si può restringere pertanto il loro impegno alla promozione sociale, ma si estende all’annuncio del Vangelo e al servizio pastorale e missionario in tutti i suoi aspetti, eccetto quelli legati al ministero ordinato. Già questo è in atto, ma sempre più bisogna presentare un’immagine di Chiesa nella interezza dei suoi membri.

5.2. Un Convegno Internazionale Dei Fidei Donum Aprile 2007

E’ un suggerimento che è venuto da diverse Direzioni Nazionali, che è stata accolta favorevolmente dal Comitato esecutivo. Esso nasce non dal desiderio di una celebrazione, quanto dalla presa di coscienza che la via della missione universale passa effettivamente attraverso la cooperazione missionaria delle chiese. Per cui veramente diviene effettiva lo slogan che tutta la Chiesa è missionaria e che tutte le Chiese sono per tutto il Mondo.
Si pensa a Roma come sede del Convegno, verso Aprile, dopo Pasqua, organizzato dal Segretariato insieme con i direttori Nazionali, e preparato e gestito con l’aiuto della Direzione Nazionale Italiana.
Forse il tempo presente ci obbliga a fare ulteriori passi, in continuità con l’ispirazione fondamentale, a muoverci verso altre modalità di impegno. Facciamoci condurre dallo Spirito di Dio, sostenuti anche dall’esperienza storica alle spalle.

P. Vito Del Prete        
Palermo, 11 marzo 2006


 
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