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Cristianesimo e islam: uno sguardo alla situazione in prospettiva missionaria
MARIANO CROCIATA


    Parlare di cristianesimo e islam nell’orizzonte della missione non è solamente arduo, ma per certi versi impossibile.
    Già di per sé la difficoltà della missione oggi ha un (se non il) punto di rinforzo nella nuova considerazione delle religioni scaturita dal concilio Vaticano II, a partire dalla Nostra Aetate, a cui vanno fatti seguire, tra molti altri interventi e documenti magisteriali, l’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris missio del 1990 e il documento congiunto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso Dialogo e annuncio del 1991. Ma nel caso dell’islam va messa in conto la particolarità della sua configurazione religiosa.
    Un segno inequivocabile di tale difficoltà si può cogliere scorrendo i documenti che istanze ecclesiali come vescovi o episcopati hanno emanato sull’argomento. Per riferirmi solo all’ambito italiano, possiamo citare il card. Carlo Maria Martini nel 1990, la Commissione triveneta per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso nel 1992, e ancora i Vescovi dell’Emilia Romagna nel 2000. A questi si è aggiunto il documento congiunto della Conferenza episcopale siciliana e della Facoltà teologica di Sicilia, dal titolo Per un discernimento cristiano sull’islam. Recentemente va segnalato ancora un documento della Conferenza episcopale italiana sui matrimoni con i musulmani.
    Un tratto che accomuna questi documenti è la risposta all’esigenza di capire l’interlocutore islamico, come condizione imprescindibile per instaurare anche solo delle semplici relazioni di vita, o ancora per avviare un dialogo interreligioso nelle sue varie forme, o addirittura per aprire delle strade che possano condurre all’incontro con Cristo e con la sua Chiesa. Tutti sono molto prudenti sulla questione delle conversioni. Addirittura il nostro documento siciliano non intende incoraggiare proprio su questo punto. Prima però di dire qualcosa sulle peculiarità della religione islamica che sollevano non poche difficoltà alla comunicazione della fede e alla conversione, mi sembra utile presentare brevemente un quadro della situazione dell’immigrazione islamica soprattutto in Sicilia.
    Il recente Dossier statistico 2006 della Caritas italiana presenta la situazione nei termini seguenti: «Dal 1970 ad oggi in Italia si è passati da meno di 100.000 immigrati a quasi tre milioni, con un aumento di ben trenta volte e un elevato ritmo di crescita negli ultimi cinque anni. Prima questa presenza era marginale nella società italiana, ora è diventata uno dei fenomeni più rilevanti. A livello demografico è stato sottolineato che la quota annuale di 160.000 nuovi lavoratori fissata per il 2006 equivale, in proporzione alla popolazione residente, al milione di ingressi annuali negli Stati Uniti. In altre parole, siamo un grande paese di immigrazione». Degli immigrati, poi, la metà del totale sono cristiani, con 20,3% di ortodossi, 22,6% di cattolici e 4,7% di protestanti; nella restante metà la larga maggioranza è musulmana (33%), mentre induisti e buddisti sono il 4,3%.
    Agli inizi del 2006 la popolazione di appartenenza musulmana in Italia conta circa 900.000 persone (di cui 874.000 immigrati regolari). Essa è caratterizzata in modo peculiare dalla pluralità dei paesi di origine degli immigrati, una pluralità che non si ritrova in altri paesi europei, dove normalmente due o tre nazionalità sono nettamente prevalenti. Così in Francia prevalgono i maghrebini (marocchini, algerini e tunisini), nel Regno Unito i pakistani e i bangladeshi, in Germania i turchi. In Italia i principali paesi di provenienza (con popolazione immigrata superiore alle 30.000 persone) sono invece almeno sette: Marocco, Albania, Tunisia, Senegal, Egitto, Pakistan e Bangladesh, cui bisogna aggiungere una molteplicità di altri stati da cui provengono gruppi di minore consistenza.
    La differenza di composizione interna alla popolazione musulmana si spiega con la diversità dei cicli migratori che hanno interessato a differenti scansioni temporali i vari paesi europei. Francia, Germania, Regno Uniti e altri paesi dell’Europa settentrionale sono stati infatti interessati fin dagli anni cinquanta e sessanta del secolo XX da flussi migratori. Diverso è invece il caso dell’Italia – assimilabile a quello della Spagna. L’Italia è stata interessata dal fenomeno migratorio in epoca molto più recente – a partire dalla metà degli anni 1980 – senza una politica che incentivasse e controllasse l’immigrazione, ma, al contrario, investita da flussi spontanei che, non trovando più sbocco in altri paesi economicamente più appetibili, si sono diretti verso quei paesi in cui gli ingressi erano facili.
    Il Marocco è a tutt’oggi il paese da cui proviene la componente musulmana più numerosa, con circa 230.000 presenze regolari. Segue l’Albania, con circa 164.000 presenze di origine musulmana. I comportamenti dei diversi gruppi nazionali sono ancora differenziati rispetto all’esperienza migratoria: crescono i ricongiungimenti familiari per alcune nazionalità (Marocco, Albania, Tunisia), mentre per altre prevale ancora la tendenza a considerare l’immigrazione un’esperienza non definitiva (Senegal).
    Passando a analizzare in modo più dettagliato la dimensione culturale e religiosa occorre affermare subito che l’islam in Italia non è un insieme uniforme e omogeneo. Esso si presenta invece come una realtà plurale in ragione di almeno tre elementi di differenziazione. Il primo, di cui si è appena detto, è costituito dalla varietà delle provenienze nazionali. Esse sono indicatrici di una grande complessità anche per quel che riguarda la tipologia di islam professato e vissuto.
    Un secondo elemento di pluralismo è dato dalle interpretazioni di islam che i vari gruppi e organismi seguono.
    Un terzo elemento portatore di complessità e di pluralismo è poi costituito dalle diverse tipologie di appartenenza individuale all’islam. È questo un elemento difficilmente analizzabile in termini precisi, ma la cui importanza è fondamentale per comprendere le dinamiche della popolazione musulmana in Italia e in Europa. Sarebbe infatti indebito operare un’equivalenza tra cittadino straniero proveniente da paese di tradizione musulmana e individuo religioso che si autodefinisce come musulmano praticante e che esprime tale identità con l’affiliazione diretta alle organizzazioni musulmane dell’emigrazione. L’appartenenza culturale al mondo musulmano racchiude invece una pluralità di tipologie di relazione individuale all’islam, che in Italia e in Europa, ancor più che nei paesi di origine, hanno modo di esprimersi. Si passa da appartenenze prevalentemente culturali, in cui l’adesione prettamente religiosa del singolo è assente o assai debole, ad appartenenze religiose ma gestite in termini decisamente individuali – con scarsa o nessuna frequentazione di luoghi collettivi come le moschee – ad appartenenze religiose che implicano un’osservanza regolare dei precetti religiosi, fino ad appartenenze decisamente impegnate anche sul piano associativo che arrivano ad esprimersi anche in forme di militanza dal chiaro orizzonte politico-religioso.
    Passando ad esaminare più da vicino l’immigrazione musulmana in Sicilia è utile offrire in primo luogo un sintetico panorama demografico. In Italia i musulmani sono concentrati prevalentemente nelle regioni settentrionali, cui seguono l’Italia centrale, le regioni meridionali e le isole. In Sicilia gli immigrati di appartenenza musulmana sono attualmente circa 30.000. I dati relativi alla diversa dislocazione degli immigrati musulmani in Italia sono perfettamente comprensibili tenendo conto delle ragioni economiche del fenomeno migratorio: i flussi migratori hanno ragioni prevalentemente economiche, per cui sono soprattutto le regioni settentrionali a forte vocazione industriale, ma anche agricola, ad attrarre gli immigrati. Le regioni dell’Italia meridionale hanno un ruolo primario nell’accoglienza, negli arrivi, ma gli immigrati si spostano poi prevalentemente al nord. In Sicilia risiedono circa un terzo degli immigrati musulmani residenti nell’Italia meridionale (isole incluse). Questo conferisce alla Sicilia il ruolo di polo strategico per l’Italia meridionale nei rapporti con l’islam immigrato.
    La lettura dei dati coglie la netta prevalenza della comunità tunisina, che da sola rappresenta quasi il 50% degli immigrati musulmani in Sicilia. Vale la pena anche sottolineare che circa il 18% del totale dei tunisini presenti in Italia sono localizzati in Sicilia. Questo aspetto evidenzia lo stretto rapporto che si è venuto a creare tra Tunisia e Sicilia a partire dagli anni 1960. La forte consistenza della comunità tunisina conferisce anche un profilo diverso all’universo musulmano presente in Sicilia: vi è infatti – rispetto alle percentuali di livello nazionale – la forte preponderanza di un’origine nazionale specifica, che quasi sfiora la metà del totale dei musulmani residenti in Sicilia, controbilanciata per l’altra metà da un insieme composito.
    La presenza degli immigrati tunisini mostra una forte concentrazione nella città di Mazara del Vallo – dove gli immigrati musulmani sono circa l’86% del totale della popolazione immigrata residente – e nella città di Palermo. Tuttavia esiste anche una presenza diffusa sul territorio, nelle aree rurali, ove gli immigrati sono impiegati nell’agricoltura e nella pastorizia, mentre a Mazara del Vallo prevale l’occupazione nel settore della pesca. Le province siciliane a maggiore concentrazione di immigrati sono nell’ordine Palermo, Catania, Messina e Ragusa.
    Di fronte a questa presenza significativa di immigrati musulmani, ci si può chiedere in quale misura l’islam sia visibile religiosamente e culturalmente sul piano organizzato in Sicilia. Anche a questo riguardo a prima vista emerge una specificità siciliana. Nonostante il più antico radicamento degli immigrati musulmani in talune aree della Sicilia rispetto a quanto sia accaduto nel resto di Italia, in effetti il processo di espressione pubblica e di organizzazione dell’islam ha avuto uno sviluppo molto più lento in Sicilia rispetto ad altri contesti italiani. Emblematico a questo riguardo è il caso di Mazara del Vallo, in cui nonostante la presenza ormai pluridecennale di un’importante nucleo di popolazione tunisina, la vita religiosa è vissuta essenzialmente nella sfera privata personale o individuale. Può persino apparire strano che in tanti anni non vi sia stata nessuna iniziativa per aprire una sala di preghiera o una moschea. Solo da due anni circa esiste una sala di preghiera che peraltro non solo ospita ma dà diffusione sonora con altoparlanti ai diversi momenti di preghiera nella giornata.
    Se l’espressione dell’appartenenza culturale e religiosa islamica non porta ad assumere atteggiamenti di affermazione identitaria forte, magari portatrice di conflittualità verso la società e la cultura italiana, non si può tuttavia dire che vi sia una reale integrazione a Mazara del Vallo tra popolazione siciliana autoctona e popolazione immigrata. Se mancano episodi di conflittualità e di alta tensione, mancano però anche occasioni e spazi reali di incontro. Le due popolazioni vivono fianco a fianco nello stesso paese, negli stessi luoghi di lavoro, ma non si “incontrano”. Frequentano diversi luoghi per il tempo libero, e le occasioni di socializzazione comune sono assai scarse se non inesistenti. Gli stessi matrimoni misti sono assai rari (meno di uno all’anno negli ultimi trenta anni) e assai malvisti da entrambe le comunità. [È interessante a questo riguardo che il 26% di matrimoni misti abbia come coniuge tunisino una donna, in dissonanza con quanto prevede il diritto familiare musulmano e il diritto di famiglia tunisino. Questa frequenza indurrebbe a pensare che laddove si decide di celebrare un simile matrimonio la convinzione di integrarsi sia così forte da fare superare le barriere religiose e culturali della religione di origine.]
    In altre località siciliane i segni dell’islam organizzato hanno tuttavia una maggiore visibilità rispetto a quanto avviene a Mazara, come testimoniato dall’esistenza di luoghi di culto e di associazioni musulmane. Due moschee “ufficiali” sono state aperte a Catania e a Palermo. Ma sia a Catania che soprattutto a Palermo risultano più frequentate le sale di preghiera.
    La diffusione di piccole sale di preghiera è un fenomeno non solo cittadino, ma anche rurale, e questo aspetto è peculiare della Sicilia. L’islam siciliano è caratterizzato dalla diffusa presenza nelle aree agricole, dove gli immigrati musulmani svolgono lavoro bracciantile. Si tratta di un islam contadino, povero, lontano dagli interessi degli stati e dai finanziamenti esteri, che preferiscono le moschee urbane. Come in città anche in campagna l’islam è praticato da pochi, ma quei pochi hanno aperto piccole sale di preghiera. In tutti questi centri sono sorte una sala di preghiera e una macelleria hallal, per provvedere alle prime esigenze di una vita religiosa islamica. Nella maggioranza dei casi queste sale di preghiere rurali sono gestite da immigrati marocchini, non da tunisini, il che confermerebbe la maggiore secolarizzazione della popolazione tunisina, rispetto a un maggiore radicamento nella religione vissuta in modo tradizionale degli immigrati marocchini.
    Le organizzazioni islamiche di respiro nazionale italiano sembrano meno influenti in Sicilia, ove tra gli immigrati musulmani sembra prevalere l’autogestione locale della sfera religiosa, anche quando assume dimensione comunitaria.
    Dovendo delineare un profilo sintetico della popolazione musulmana immigrata in Sicilia in rapporto al contesto italiano si possono identificare i seguenti aspetti specifici:
- si è in presenza di una popolazione composita, ma ancora caratterizzata dalla netta prevalenza della nazionalità tunisina;
- la prevalenza numerica di immigrati tunisini ha due conseguenze: in primo luogo una più evidente influenza dello Stato tunisino nella gestione della dimensione culturale e religiosa degli immigrati: ne sono esempio sia la scuola elementare tunisina di Mazara del Vallo sia la gestione della moschea di Palermo. La seconda conseguenza si avverte sul piano della sociologia religiosa: se in tutta Italia la frequenza delle moschee è assai scarsa (coinvolge ordinariamente non oltre il 5-6% degli immigrati musulmani), in Sicilia risulta ancora minore, segno di una maggiore individualizzazione della religiosità che si avverte già nel paese di origine. In generale si nota in Sicilia una scarsa presenza di immigrati decisi a organizzare l’islam sul piano collettivo. Si nota però riguardo alla dimensione religiosa una certa povertà sul piano culturale;
- questo carattere più religioso, meno politicizzato dell’islam presente in Sicilia, può permettere – forse con maggiore facilità rispetto ad altre aree italiane – un proficuo e fecondo sviluppo dei rapporti inter-religiosi, se si supera quel sentimento di reciproca estraneità che sembra prevalente tra gli immigrati da un lato, e gli autoctoni dall’altro. In ogni caso il dialogo inter-culturale e inter-religioso in Sicilia sembra più una prospettiva per cui impegnarsi – ponendo le condizioni sociali e culturali della sua fattibilità – che non una realtà già in atto.

    La situazione così delineata spiega facilmente il tipo di approccio prevalso finora da parte della Chiesa soprattutto, ma non solo, qui in Sicilia. Credo possa essere presa ad esempio la serie di attività promosse dalla Caritas, che è per lo più il soggetto delle iniziative rivolte agli immigrati, nella logica di uno stile di ospitalità. A Mazara si possono elencare: il Centro sociale immigrati per il disbrigo pratiche, la Casa Gelsomino per donne con bambini piccoli, il Centro di aggregazione “Voci dal Mediterraneo” che raccoglie ogni pomeriggio circa 90 ragazzi e adolescenti tunisini per attività extrascolastiche, il Centro di ascolto in lingua araba, il centro “Fiori del sud” per bambini di scuola elementare, il progetto “Microcredito”, il progetto “Casa degna”, e poi ancora la mensa, la Casa di ospitalità, la presenza nelle carceri, i servizi di prima accoglienza per coloro che sbarcano clandestinamente, le borse di studio per studenti.
    Iniziative analoghe possono essere riscontrate nei più grossi centri dell’isola con presenze significative di immigrati.
    Nonostante la situazione prevalente di convivenza nella estraneità, è cresciuta la coscienza della presenza di una consistente immigrazione islamica e delle sue implicazioni. Sono sorte anche in ambito civile associazioni e iniziative interessate a promuovere la conoscenza e a creare le condizioni di incontro, di dialogo e di collaborazione. Ma anche in questo campo è risultata di gran lunga più creativa e interessata la comunità ecclesiale.
    L’iniziativa dei vescovi siciliani e le attività accademiche promosse dalla Facoltà teologica di Sicilia, in particolare con il suo Dipartimento di teologia delle religioni, sono soltanto il segno più autorevole di un fermento che, certo, ha bisogno di crescere, ma che è già attivo e operante. Crescono le attività di formazione e di informazione, si celebrano convegni, si promuovono attività di incontro e di dialogo, per quanto gli anni che viviamo rendano molti reciprocamente diffidenti, dall’uno e dall’altro lato. In questo sono soprattutto gli uffici per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso delle diocesi, più che gli uffici missionari, ad avere un ruolo attivo. Giusto per citare ancora Mazara, va segnalato il gemellaggio con la diocesi di Tunisi e la promozione di un corso sul pluralismo religioso e il dialogo interreligioso che ha visto tra altri la presenza del p. Maurice Borrmans.
    Prima di concludere questa chiacchierata che voleva avere soprattutto un carattere di descrizione della situazione e di presentazione di alcune nostre attività, è doveroso accennare a questioni di ordine più teorico, magari per richiamare cose già note.
    Proprio in questi giorni abbiamo licenziato per l’editore l’ultimo volume della serie prodotta dal Dipartimento della Facoltà, riguardante appunto il tema del discernimento cristiano dell’islam, che poi dà anche il titolo al documento dei Vescovi. Il problema affrontato nell’uno e nell’altro caso riguarda l’interpretazione che la fede cristiana ci permette di dare del fenomeno religioso islamico.
    Una tale interpretazione non costituisce un compito facoltativo o puramente accademico, poiché presenta una incidenza decisiva sul modo come noi affrontiamo poi il rapporto con i musulmani. Soprattutto è rilevante per la nostra fede il modo come noi intendiamo l’islam, il quale è sì un’altra religione (è ormai ben lontano il tempo in cui veniva ancora considerato una eresia cristiana), ma una religione che porta nella propria dottrina e nella autocoscienza la convinzione, la pretesa, di essere l’ultima definitiva rivelazione di Dio, nella quale giunge a compimento anche la rivelazione di Gesù Cristo, considerato l’ultimo dei profeti prima Muhammad. Una tale pretesa non può essere considerata una affermazione come un’altra, una indifferente verità religiosa altrui, estranea, poiché invece tocca la sostanza intima della fede cristiana. A differenza di altre religioni, la religione musulmana muove da un giudizio preciso sulla nostra fede e su di noi: questo evidentemente conferisce al rapporto, a qualsiasi rapporto, precise limitazioni e pesanti condizionamenti.
    Se a questo si unisce, tra altre, l’affermazione che confessare la Trinità è un atto blasfemo nei confronti dell’Uno e Unico Dio (tawhid), e che la Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento è una falsificazione (tahrif) della parola rivelata, contenuta invece pienamente e perfettamente nel Corano, copia fedele del modello che è in cielo, si comprende come la chiarezza sulla coscienza reciproca e sulla rispettiva comprensione della realtà religiosa è previa e non successiva ad ogni dialogo. Non per questo, e nemmeno per altri motivi ancora, il dialogo può essere meno che rispettoso e costruttivo, attorno a una molteplicità di valori che cristiani e musulmani condividono e che vanno a tal fine individuati ed evidenziati. Al contrario, come dicono i Vescovi siciliani:

    L’incontro e l’integrazione, che, comunemente, sono proposti come la soluzione più urgente al problema, possono, difatti, avvenire solo se si conoscono e si riconoscono nitidamente i contorni delle rispettive identità a confronto, la valenza della loro alterità e, al contempo, della loro non-incompatibilità. La conoscenza dell’altro, rispettato nella sua alterità, aiuta a maturare la consapevolezza della propria identità, che non va trascurata. Conoscersi e conoscere sono, sul piano del confronto e del dialogo interreligioso, due dinamiche che si accompagnano e si coimplicano sempre a vicenda, superando, così, con prudenza e intelligenza, antichi rifiuti e nuove chiusure tra differenti tradizioni culturali e religiose.

    Lo sforzo volto alla conoscenza e al discernimento cristiano dell’islam presenta già una serie apprezzabile di studiosi e soprattutto di interpretazioni, che puntano soprattutto su categorie biblico-teologiche per essere fondate e sviluppate. Così, solo per richiamarle, le figure di Abramo, di Ismaele, di Noè, ma poi anche il Libro, la rivelazione, il monoteismo, la profezia, la spiritualità, la categoria di praeparatio evangelica sono presi a motivo e punto di riferimento di una comprensione dell’islam che lo renda interlocutore intelligibile del cristianesimo. In realtà:

    L’islam, religione ma non rivelazione post-giudaica e post-cristiana, presenta numerosi aspetti, che possono inizialmente e parzialmente convergere rispetto al cristianesimo e al giudaismo; tuttavia in un confronto più approfondito ne appaiono evidenti le specificità fino all’incompatibilità.

    A questo punto diventa perfino opportuno richiamare come anche solo alcune formule invalse nel linguaggio comune, anche religioso, non reggano di fronte ad una attenta analisi.
    Innanzitutto l’espressione “religioni monoteistiche” non tiene conto della differente accezione di “monoteismo” e del rifiuto della Trinità da parte islamica, la quale considera Gesù solo un grande profeta, ma inferiore a Muhammad. Il fatto che l’espressione si ritrovi in documenti del magistero indica un auspicio e un orientamento. Quanto alla formula “religioni abramitiche”, essa trascura che ben differente è la funzione di Abramo, il quale per il cristianesimo è orientato e subordinato a Cristo, mentre per l’islam è il primo degli islamici, colui nel quale la sottomissione e la fede monoteistica rivelata a Muhammad era già perfetta. Anche qui si tratta di una speranza che Abramo possa essere assunto come unitaria e coerente figura di convergenza.
    La formula “religioni del libro” può, anch’essa, trarre in inganno. L’unico tratto comune è che ciascuna religione ha un proprio libro sacro, ma, detto questo, tutto diverge tra l’una e l’altra. Se ci si riferisce al fatto che il Corano possiede aspetti comuni o affini alla Bibbia, allora si deve subito precisare che l’accusa di falsificazione rivolta a cristiani ed ebrei impedisce di prendere in considerazione la Bibbia così come è usata dagli uni e dagli altri, e inoltre suppone la convinzione che solo i richiami (non ci sono citazioni vere e proprie) presenti nel Corano sono elementi e testimonianza della vera Bibbia non ancora falsificata. Il Corano non dice affatto le stesse cose della Bibbia, anche quando ne parla. Inoltre il senso dell’origine divina del libro è ben differente nel cristianesimo – che parla di un libro genuinamente umano ma ispirato divinamente – e nell’islam, secondo il quale il Corano è semplicemente e come tale “disceso dal cielo”.
    Quest’ultimo punto è sufficiente a renderci edotti dell’idea che l’islam propone di rivelazione e dell’incongruenza insita nella formula “religioni di rivelazione”. Bisogna piuttosto aggiungere, riguardo alla pretesa islamica del Corano come ultima definitiva rivelazione e di Muhammad come sigillo dei profeti, che i contenuti teologici, morali e spirituali del Corano e dell’islam, non solo non rappresentano un progresso e un passo avanti, bensì sono piuttosto un arretramento rispetto ai contenuti della rivelazione biblica ebraico-cristiana. A conferma di ciò si può ricordare che nell’islam il Corano (e non Muhammand) svolge la funzione (che poi non è solo una funzione) che Cristo svolge nel cristianesimo, per il quale appunto la rivelazione non è un libro, ma una persona, la persona incarnata del Verbo di Dio.
    Andando verso la conclusione bisogna richiamare l’attenzione almeno su un ultimo punto, del cui rilievo anche solo le cronache ci permettono di prendere coscienza e di cogliere le conseguenze. Mi riferisco al carattere peculiare della religione islamica, tanto che non pochi parlano dell’islam come di una civiltà più che di una religione. In realtà la visione della realtà che sottostà alla dimensione religiosa dell’islam è una visione integrale, nella quale la credenza religiosa dà forma e insieme si lascia plasmare da tutte le dimensioni della vita personale e sociale e culturale. Qui la categoria che meglio fa capire il carattere di integralità dell’islam è la shari’a che, al di là della varietà dei contenuti normativi, è la legge che regola non solo la vita religiosa, ma anche quella sociale, economica, culturale e giuridica della collettività musulmana.
Di fronte a tutto questo, che cosa significa la missione cristiana, l’annuncio del Risorto rivolto ad un musulmano? È vero che siamo informati (recentemente è uscito un libro in Italia al riguardo) della conversione, tenuta peraltro ben riservata perché esposta al limite al rischio della vita, di musulmani alla fede cristiana, ed inoltre è notorio che gli italiani convertiti all’islam sono ormai almeno circa 15.000, ma si tratta – almeno per quanto riguarda i convertiti al cristianesimo – di fenomeni individuali, di scelte maturate in nascosti percorsi personali.
    Ciò che però non siamo ancora in grado di dire è se e come è possibile, sempre in un clima e in uno spirito di dialogo, la missione verso l’islam come tale, pubblicamente. Ci scontriamo con differenti livelli di difficoltà: la visione religiosa dei musulmani con il suo pregiudizio di base nei confronti della fede cristiana, il fatto che convertirsi all’islam significa entrare in un mondo in cui tutto è regolato, almeno per principio, religiosamente, il fatto che convertirsi dall’islam significa non solo lasciare una religione ma abbandonare tutto il proprio mondo vitale (dallo stato, alla famiglia, alle appartenenze sociali, ai propri diritti, ecc.), il fatto che tale visione religiosa legittima un proselitismo aggressivo, il fatto che l’atteggiamento di dialogo, di disponibilità, di accoglienza viene giudicato come espressione di debolezza e di implicita accettazione della superiorità dell’islam, tutto ciò e altro ancora condiziona pesantemente non solo la missione, ma la stessa relazione e la convivenza. Se a ciò si aggiunge, nella larga maggioranza degli italiani e degli europei, una diffusa mancanza di conoscenza dell’interlocutore islamico, ma anche una vera e propria ignoranza delle proprie radici cristiane e della propria identità culturale e religiosa, insieme ad un atteggiamento di accoglienza e di benevolenza privo di discernimento e di criteri, si vede bene come il risultato non possa essere altro che l’incapacità di apparire credibili e l’impossibilità di intraprendere alcuna missione.
    Ciò di cui siamo costretti a prendere coscienza e da cui ricominciare è che la missio ad gentes comincia qui da noi.


 
il 18-01-2011 alle 12:55:47 2021 © Chiese di Sicilia - credits